
Quel cognome mafioso lo aveva schiacciato. Negli anni ‘80 fu incarcerato per 19 giorni “colpevole” di chiamarsi come un pericoloso boss della ‘ndrangheta, suo compaesano. Venne arrestato al ristorante, mentre festeggiava il battesimo di un figlio. Era una persona perbene, militante in Alleanza Nazionale, l’ex MSI, e avendo saputo di trovarsi in una lista d’indagati per mafia, gli provocò un crollo che lo portò a togliersi la vita. E lo fece in una maniera atroce: masticando e ingoiando mezzo chilo di diserbante in polvere.
Fu una storia tormentata quella di Andrea Ruga, 47 anni, di Monasterace, sposato e padre di due figli, titolare di un negozio di ferramenta e colori. Una realtà straziante: da più di un ventennio era vittima del proprio nome. Si chiamava proprio come un mafioso di ‘ndrangheta dell’Alto Jonio reggino, condannato per sequestri di persona, omicidi e altri reati.
“Non ne posso più”, si sfogava coi giornalisti ogni volta che per qualunque motivo per “errori giudiziari” il suo nome finiva sui giornali. L’ultima volta, clamorosa, nell’aprile del 1992, quando le Forze dell’Ordine andarono a casa sua, nel famoso blitz elettorale disposto dalla Procura della Repubblica di Palmi, e sequestrarono materiale di propaganda ovviamente di candidati anche del suo partito. Rimase sconvolto: “E’ una persecuzione da cui non so come venir fuori”, confidava agli amici. Tanto che un noto Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri, dell’epoca, si recò con lui al bar per prendere un caffè. Quel gesto era stato significativo ma ininfluente. L’omonimia col boss era difficile da cancellare. Fermato da pattuglie, in servizio per il controllo del territorio, veniva sottoposto a lunghi ed estenuanti accertamenti. Quando andava in albergo era un problema dover spiegare che con Andrea Ruga, esponente di ‘ndrangheta, non aveva nulla a che fare. “Mio padre era un finanziere –spiegava- e mi ha chiamato Andrea perché mentre venivo alla luce passava la processione con la statua del santo”.
Un inferno, comunque, vissuto male. Sempre in tensione, sempre coi nervi a fior di pelle, sempre con la carta bollata a portata di mano per esposti, denunce e querele contro chi, magari senza volerlo, gli procurava fastidi. Specialmente da quando diversi pentiti, in Calabria o in Lombardia, parlarono con frequenza di Andrea Ruga da Monasterace: gli accertamenti su di lui scattavano comunque. Si sentiva soffocato.
Era il 1995. Seppe che una nuova inchiesta sulla mafia, nella Locride, lo vedeva inserito nella lista degli indagati da arrestare. E decise il folle gesto. Accompagnò la moglie e i due figli a casa e, nel salutare alcuni amici, parlava di un viaggio da fare. Si attaccò al telefono e parlò coi magistrati, con il suo conterraneo e con il P.M. inquirente, con un ufficiale dei carabinieri, con un giornalista e con due amici coi quali aveva condiviso esperienze e speranze politiche.
A tutti aveva parlato delle sue amarezze: “Mi vergogno di uscire di casa. Mi fanno vergognare nei confronti del mio partito”. Faceva parte del coordinamento provinciale di AN ed era responsabile della sezione di Roccella Jonica.
“Abbiamo tentato di dissuaderlo”, spiegò un suo amico senatore della Repubblica, “ma ci disse dove si trovava quando ormai stava per morire”.
Lo trovarono sulla Salerno-Reggio Calabria, dopo una notte di ricerche, nella sua auto, in un’area di servizio vicino a Lauria.
Reggio Calabria, 8 marzo 2010 Cosimo Sframeli
Archivio del Corriere della Sera 24 ottobre 1995
il dramma di un commerciante calabrese
Omonimo del boss, si uccide
Indagini, perquisizioni: ” Quel cognome mi infangava ”
————————- PUBBLICATO —————————— TITOLO: Omonimo del boss, si uccide Indagini, perquisizioni: “Quel cognome mi infangava” – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – MARATEA . L’ omonimia con un boss della ‘ ndrangheta gli aveva condizionato la vita. La notizia di un’ indagine giudiziaria nei suoi confronti, lo ha spinto al suicidio. Ora tutti s’ interrogano se il gesto di Andrea Ruga, 47 anni, di Monasterace, nella Locride, commerciante di ferramenta, poteva essere evitato. Lui ha tentato sino alla fine di salvare la sua immagine immacolata. Prima di uccidersi ha telefonato al procuratore della Repubblica di Locri, Rocco Lombardo, al capitano dei carabinieri Aiello, a giornalisti, al senatore di An, Renato Meduri, suo compagno di partito. Ruga era infatti nel coordinamento provinciale di An. “Non ce la faccio piu’ a vivere con questo marchio che infanga la mia vita e soprattutto quella della mia famiglia. La faccio finita”. Sono state le ultime disperate parole pronunciate da un telefonino cellulare. A nulla sono valsi i tenattivi di farlo desistere. Andrea Ruga aveva gia’ deciso il suo destino. S’ e’ tolto la vita in una piazzola dell’ autostrada Salerno Reggio Calabria. Ha ingerito una dose di antiparassitario. Quando una pattuglia della polizia stradale, domenica sera, lo ha trovato, l’ uomo era gia’ agonizzante. Inutile il trasporto all’ ospedale. Sabato sera Ruga ha accompagnato la moglie, Maria Sgrenci, impiegata presso un laboratorio di analisi cliniche, da alcuni parenti. Ha saluto i suoi figli, Francesco, al terzo anno di giurisprudenza, e Fabio, studente al classico. Poi e’ salito in macchina e si e’ diretto verso l’ autostrada portandosi dietro il peso di un’ indagine giudiziaria che il procuratore di Locri ha detto di non conoscere. Gia’ in passato Andrea Ruga aveva dovuto subire l’ iniziativa della magistratura. Fu in occasione delle elezioni dell’ aprile del 1992. L’ allora procuratore di Palmi, Agostino Cordova, sottopose a perquisizione una serie di abitazioni di boss per verificare quali candidati appoggiassero le cosche. Gli inquirenti perquisirono anche l’ abitazione di Ruga, ma trovarono solo fac simili del Msi. Il commerciante reagi’ duramente con esposti e denunce. L’ omonimia con Andrea Ruga, capo dell’ omonima cosca di Monasterace, attualmente in carcere per sequestro di persona, non gli dava tregua. Quando vi era un’ iniziativa giudiziaria che interessava il boss, carabinieri e polizia bussavano alla sua porta. “Come faccio a spiegare alla gente . ripeteva sempre . che io con quelli non c’ entro niente?”
Macri’ Carlo
Archivio Repubblica.it
VITTIMA DI UN NOME MAFIOSO ‘ NON SONO IL BOSS’ E S’ UCCIDE
Repubblica — 24 ottobre 1995 pagina 27 sezione: CRONACA
LOCRI – Quel cognome mafioso l’ ha schiacciato. Nell’ 82 si era fatto pure 19 giorni di carcere “colpevole” soltanto di chiamarsi come un boss dei sequestri suo compaesano: lo arrestarono al ristorante, mentre festeggiava il battesimo di un figlio. E l’ aver saputo di trovarsi ancora in una lista d’ indagati per mafia, lui persona perbene, militante in un partito d’ ordine come l’ ex Msi e ora in Alleanza nazionale, è crollato e si è ucciso. In una maniera atroce: masticando e ingoiando mezzo chilo di diserbante in polvere. E’ una storia tormentata quella di Andrea Ruga, 47 anni, di Monasterace, sposato, due figli, titolare di un negozio di ferramenta. Tormentata perché da più di un ventennio è stato vittima del proprio nome. Si chiamava proprio come un mafioso di rango dell’ Alto Jonio reggino il quale adesso si trova in galera con una pesante condanna per sequestro, omicidio e altri reati. “Non ne posso più”, si sfogava con i giornalisti ogni volta che per qualunque motivo per “errori giudiziari” il suo nome finiva sui giornali. L’ ultima volta, clamorosa, nell’ aprile del 1992, quando le forze dell’ ordine andarono a casa sua nel famoso blitz elettorale disposto da Agostino Cordova, all’ epoca procuratore a Palmi, e sequestrarono materiale di propaganda ovviamente di candidati del suo partito. Rimase sconvolto: “E’ una persecuzione da cui non so come venir fuori”, confidava agli amici. Tanto che, qualche anno fa, l’ ex sostituto procuratore di Locri, Ezio Arcadi, si recò con lui al bar per prendere un caffè. Quel gesto era stato significativo ma ininfluente. L’ omonimia col boss era difficile da cancellare. Per cui se veniva fermato da pattuglie delle forze dell’ ordine veniva sottoposto sempre a controlli lunghi ed estenuanti. Se andava in albergo era spesso un problema dover spiegare che con quell’ Andrea Ruga esponente di ‘ ndrangheta lui non aveva nulla a che fare: “Mio padre era un finanziere spiegava, e mi ha chiamato Andrea perché mentre venivo alla luce passava la processione con la statua del santo”. Un inferno, comunque, vissuto male. Sempre in tensione, sempre coi nervi a fior di pelle, sempre con la carta bollata a portata di mano per esposti e denunce contro chi, magari senza volerlo, gli procurava fastidi. Specialmente da quando diversi pentiti, in Calabria o in Lombardia, si sono messi a parlare con frequenza di Andrea Ruga da Monasterace: gli accertamenti su di lui scattavano comunque. Si è sentito soffocato, però, alcuni giorni orsono, a sapere che una nuova inchiesta sulla mafia della Locride lo vedeva nella lista degli indagati. E ha deciso il folle gesto. Ha accompagnato la moglie e i due figli a casa, ha salutato alcuni amici, ha parlato di un viaggio da fare. Poi si è attaccato al telefono: ha parlato col procuratore di Locri, Rocco Lombardo, suo compaesano e amico, ha chiamato anche il sostituto procuratore Nicola Gratteri che conduce l’ inchiesta sulla cosca Ruga (senza accennargli a ipotesi di suicidio), si è sentito col senatore Renato Meduri di An, con Giuseppe Gozzi, funzionario al Tribunale di Locri col quale ha condiviso molte esperienze politiche, poi ha chiamato un giornalista e il capitano dei carabinieri Salvatore Aiello. A tutti ha parlato delle sue amarezze: “Mi vergogno di uscire di casa. Mi fanno vergognare nei confronti del mio partito”. Faceva parte del coordinamento provinciale di An ed era commissario della sezione di Roccella Jonica. “Abbiamo tentato di dissuaderlo”, spiega il senatore Meduri, “ma ci ha detto dove si trovava quando ormai stava per morire”. Lo hanno trovato, dopo una notte di ricerche, in auto, in un’ area di servizio vicino a Lauria sull’ Autosole – dal nostro inviato PANTALEONE SERGI