
I promotori della Rete per la legalità hanno chiesto a cinque personalità, che con il loro coraggio, la loro denuncia e testimonianza, sono riconosciuti protagonisti della lotta contro le mafie, il racket e l'usura, di assumere il ruolo di Garanti della Rete.
Sono cinque personalità il cui comportamento cristallino, l'etica della responsabilità, l'impegno di-sinteressato possono essere esempio e testimonianza non solo per gli imprenditori, ma anche per tanti giovani, soprattutto oggi, momento storico in cui il cinismo e l'interesse personale sembrano farla da padrone.
Le loro storie, oscurate dal succedersi e dal clamore delle cronache, rimangano spesso sconosciu-te alla pubblica opinione, o sono velocemente rimosse. Eppure basterebbe conoscerle e raccon-tarsele di continuo per sapere e far saper a tutti che vi sono migliaia d’italiani che vogliono riscat-tarsi, riconquistarsi la serenità perduta, tranquillità e fiducia nel futuro.
Non vogliono essere eroi, ma solo cittadini liberi.
A questi uomini e donne abbiamo chiesto di essere i "Padri Costituenti "della Rete e di vigilare affinchè i comportamenti e le condotte di tutti noi, siano conformi allo spirito e agli impegni che abbiamo sottoscritto con la nostra iniziativa.
Domenico (Mimmo) Cammisotto è un imprenditore e commerciante in materiali edili di Taurianova (RC). Figura storica del movimento antiracket italiano e Presidente dell’Associazione Antiracket di Taurianova, oltre ad essere un componente del Consiglio Nazionale di Sos Impresa, Cammisotto è stato anche e soprattutto il primo imprenditore calabrese a denun-ciare il pizzo e la ‘ndrangheta.
Anche lui posto sotto scorta dopo quella denuncia che, in paese normale, dovrebbe essere una cosa normale, fino ad oggi Cammisotto è stato l’unico imprenditore che ha avuto il coraggio della normalità. Una volta, parlando a un gruppo di studenti calabresi ha dichiarato: Se restiamo zitti dobbiamo pagare. E in Calabria non restar zitti significa parlare con le forze dell'ordine e la magistratura e poi testimoniare in tribunale.
Un imprenditore onesto, quindi, divenuto, malgrado lui, un eroe per caso che continua a combattere le sue battaglie con un coraggio in una regione difficile dove denunciare violenze e angherie non è facile, soprattutto in una provincia come Reggio Calabria. Per questo Cammisotto continua a de-dicare molte ore della sua vita incontrandosi con colleghi e le altre associazioni antiracket, e parte-cipando a incontri pubblici dove denuncia corruzioni e soprusi e, rivolgendosi sempre ai giovani, ama dire: Noi abbiamo vinto qualche battaglia. Voi dovete vincere la guerra.
Salvatore Cassarà è un commerciante, nato a Palermo il 27 dicembre 1942. La sua storia è, per molti versi simile a quella di Nino Miceli. Ha un sogno: avviare un’attività commerciale, un supermercato. Ha voglia, mezzi e capacità per riuscirci. E vuole riuscirci da onesto imprenditore, è certo che in Italia la libertà d’impresa è un diritto garantito dalla Costituzione. E’ vero, ma la mafia glielo impedirà.
Ancor prima che il supermercato aprisse i battenti, subisce violenze, intimidazioni, estorsioni, tutte denunciate, e pressioni di ogni genere per imporgli prodotti di marchio mafia doc e personale di fi-ducia, che nella zona corrisponde alle famiglie facenti capo al mandamento di Partinico.
Ci vuole tutta la destrezza e il coraggio di Cassarà, che vuole continuare a mantenere la propria li-bertà di imprenditore, per non aderire alle richieste avanzate dai due referenti di cosa nostra. Ma anche dall’altra parte non mollano e, all'apertura del supermercato, nel settembre 1996, tornano alla carica tentando di imporgli, per conto di un noto mafioso, l'assunzione di un dipendente. Dopo que-sta vicenda, in cui, ancora una volta, Cassarà era riuscito a non piegarsi, il 29 gennaio 1997, sempre da uno dei referenti di Cosa Nostra, arriva la richiesta di cinque milioni di lire. E’ il pizzo: il contributo deciso dalla famiglia mafiosa, ma Cassarà non paga e denuncia nuovamente.
Pochi mesi dopo, nell’aprile 1997, oltre ad un’ulteriore richiesta di denaro cominciano ad arrivare anche le minacce di morte. Questa volta la denuncia non basta più: Cassarà e la famiglia devono trasferirsi immediatamente in una località protetta. La stessa precauzione deve essere presa anche per la sorella, il fratello e i genitori. I picciotti non scherzano e un intero nucleo familiare si trova, da un giorno all’altro, a dover abbandonare tutto: casa, lavoro, affetti e amicizie.
Cassarà è costretto a chiudere repentinamente il supermercato perdendo, in tal modo, l’unica fonte di reddito della famiglia. Al danno, poi, si aggiunge la beffa: il supermercato, poco dopo, riaprirà con il marchio Despar. La mafia ha vinto.
Cassarà si ritrova solo. Ha denunciato e si è opposto al giogo mafioso e l’unico risultato ottenuto è quello di doversi nascondere in una località protetta, con un nome di copertura, senza più un lavoro e nell’impossibilità oggettiva, per ragioni di comprensibile riservatezza, di svolgere un’altra o la stessa attività che era stato costretto ad abbandonare.
Un inferno, in cui, malgrado tutto, non si rassegna e, oggi, a seguito della fuoriuscita dal Servizio Centrale di Protezione ed, in prospettiva, di riprendere a lavorare, rilevando un’attività commerciale, è nuovamente titolare una partita IVA, ed esercita l’attività di intermediario di commercio di prodotti alimentari, bevande e tabacco.
Nel dicembre 2007, Giuseppe Grigoli, gestore dei marchi Despar in Sicilia viene arrestato. Uno dei maggiori imprenditori siciliani del settore alimentare, è accusato di aver gestito mezzi e denaro del boss mafioso Matteo Messina Denaro, l’ultimo eccellente boss ancora latitante. Secondo la nota della polizia, Grigoli avrebbe offerto al boss Messina Denaro "una concreta possibilità di espansione del potere di controllo, anche economico, in un importante settore di mercato", quello alimentare.
Quel giorno ha vinto Salvatore Cassarà.
Maria Isernia Filograna originaria di Casarano (Lecce) è un’energica imprenditrice di settantadue anni. La storia di Maria e della famiglia Filograna inizia nel 1980 quando, da titolari di una florida impresa di produzione e trattamento di legname, cominciano a ricevere le prime richie-ste estorsive. Al diniego dei Filograna a sottomettersi al pizzo, si susseguono una serie di furti (otto in tutto tra il 1980 e il 1988) che provocheranno danni all’azienda per svariate decine di milioni di lire. Alle denunce, sia delle richieste estorsive sia dei furti subiti, non succede nulla. Anzi, in molti, dalle forze dell’ordine alle istituzioni, tendono a minimizzare, onde evitare allarmismi in una zona che si vorrebbe immune da fenomeni mafiosi. Dopo l’ennesimo furto e incendio intimidatorio, il sig. Filograna decide di cedere e, tenendo all’oscuro la moglie Maria, comincia a pagare. Le richieste diventano sempre più esose (in un solo giorno il clan arrivò a chiedere cinquanta milioni di lire al mattino e, la stessa cifra, la sera. Cento milioni di lire in due tranche in un solo giorno!), così come aumentarono le pressioni, le violenze, le minacce anche di morte, sia nei confronti di Maria e del marito, così come dei due figli.
Alla fine, Maria Isernia esasperata e determinata a porre fine all’incubo in cui erano precipitati, ob-bligò il marito a denunciare tutto e, ai timori del marito per possibili ritorsioni del clan mafioso, esa-sperata si ribellò: “Tanto qui è finito tutto. E’ finita l’azienda, è finita la famiglia e non abbiamo nemmeno più soldi per mangiare…”. La denuncia fu firmata nel 1992. Poco dopo il blitz che portò all’arresto di noti esponenti della Sacra Corona Unita tra cui Umberto e Donato Ferraro, Umberto Vitali e Antonio Casto.
Tutti gli estorsori o sono in galera o sono morti per faide interne ai clan del territorio. Maria Isernia continua a condurre energicamente l’azienda di famiglia. Ha fondato, nel 1992, ed è Presidente dell’associazione antiracket Vivere Insieme e tra i fondatori della FAI. Al procuratore Cataldo Motta che parlando della vicenda della Filograno Srl ha affermato “lo Stato è arrivato in ritardo, ma ab-biamo recuperato”, ha risposto: “Noi non abbiamo recuperato. Siamo degli imprenditori onesti. Non vogliamo soldi e aiuti dallo Stato, ma solo lavorare in pace”.
Franco La Torre è il figlio di Pio La Torre, il dirigente politico comunista e parlamentare, autore della legge antimafia che porta il suo nome e che ha introdotto nel codice penale il reato di associazione mafiosa, ed ha permesso l’istruzione dei maxi-processi.
Pio La Torre è stato ucciso dalla mafia il 30 aprile 1982 ed ha legato il suo nome, come sindacalista della CGIL e come dirigente del PCI, alla lotta per la terra nella Sicilia del dopoguerra, alla piena affermazione dell’Autonomia Siciliana, alla battaglia contro il sacco di Palermo di Ciancimino e soci negli anni ’50, alla riforma agraria e al movimento pacifista contro l’installazione dei missili nucleari in Europa e in particolare a Comiso.
Franco La Torre è nato a Palermo il 25 giugno 1956, vive a Roma. Sposato con Francesca Maria Pinto, ha una figlia, Marta. Si è laureato con 110/110 e lode in Storia Moderna e Contemporanea, con una tesi sulla nascita dell’Autonomia Siciliana..
Dopo l’esperienza nella Federazione Giovanile Comunista Italiana – dirige gli studenti di Roma Centro – nel 1976 comincia a lavorare nel settore della comunicazione, prima come direttore di Radio Blù, poi come funzionario del Dipartimento Stampa e Propaganda della Direzione del Partito Comunista Italiano.
Dal 1988, esperto in cooperazione internazionale allo sviluppo, lavora in Medio Oriente, Mediterraneo e Africa.
Nel 1991-1992 è coordinatore residente a Gerusalemme dei progetti delle Ong del COCIS (Associazione di Ong italiane).
Nel 1994 consegue un Master in Development Studies, presso la East Anglia University, UK. Dal1995 al 2008, responsabile delle attività europee e mediterranee e quindi direttore di ECOMED l’Agenzia per lo Sviluppo Sostenibile del Mediterraneo della città di Roma, impegnato nella cooperazione e nelle relazioni internazionali tra Roma e le città mediterranee. Dal 2002 al 2008, responsabile di “Roma per la Pace a Gerusalemme”, iniziativa del Comune di Roma per il rilancio del processo di pace in Medio Oriente. Dal 2007, presso l’Ufficio Relazioni Internazionali del Gabinetto del Sindaco di Roma, responsabile per il Mediterraneo, Medio Oriente e per le attività inerenti agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Dal 2009 coordina l’area Ricerca e Sviluppo di Risorse RpR SpA.
Antonio (Nino) Miceli è uno dei primi commercianti siciliani che, agli inizi degli anni no-vanta, ebbe il coraggio di denunciare il pizzo a rischio della sua stessa vita e continua a pagare le conseguenze del suo gesto di onesto imprenditore e cittadino e a indossare i panni, non desiderati, dell’eroe.
Antonio Miceli è nato nel dicembre 1946 a Realmonte, in provincia di Agrigento, ed è morto, per lo Stato e la società, il 10 maggio 1996. Un morto più vivo che mai, con un’altra identità, un’altra vita, un altro lavoro, in un’altra città, circondato centinaia di persone che lo stimano per l’educazione e l’amabilità che gli è propria. Persone che nulla sanno e nulla devono sapere del suo passato.
La storia di Miceli si snoda nella Gela degli anni Novanta, in piena guerra di mafia tra Stiddari e Cosa Nostra. Una faida sanguinosa in cui non viene risparmiato nessuno. Una guerra che in pochi anni causerà 120 morti e oltre 240 tentati omicidi. Lo Stato è impotente, Roma, come sempre, lontana e travolta dal fango di Tangentopoli. Anche il consiglio comunale di Gela, nel 1992, è sciolto per infiltrazioni mafiose.
La vita di Miceli, che fino a quel momento era corsa via tranquilla e laboriosa, viene travolta. Riceve i primi avvertimenti, gente strana gli gira intorno, cominciano gli incendi e le minacce. Nino avverte che, al di là del denaro che chiedono i mafiosi, è in gioco la propria dignità e libertà. E’ ac-compagnato da una paura responsabile per la famiglia e per se stesso, ma il valore della libertà e la dignità non sono negoziabili.
Inizia così un percorso giudiziario contro le cosche che porterà alla condanna a 460 anni di carcere per 48 mafiosi. La storia di Miceli è una vittoria per lo Stato in anni purtroppo pieni di sconfitte, per-ché tali sono gli omicidi di Gaeteno Giordano a Gela e Libero Grassi a Palermo.
Nella sua biografia (Io, il fu Nino Miceli. Storia di una ribellione al pizzo, Edizioni Biografiche, 2007) Miceli ha scritto: Questa avventura mi ha insegnato a conoscere meglio me stesso e gli altri esseri umani nei loro peggiori istinti, mi ha consentito di valutare uomini e cose. Quanto profondamente potere e denaro possono incidere sulle relazioni interpersonali. Questa storia mi ha insegnato che da soli è impossibile vivere, ma in compagnia si fa una fatica sovrumana.
Roma, 6 dicembre 2010