Rete per la Legalità
Avvenire/Contro l’usura una Rete per la legalità Promosso dalla Confesercenti il coordinamento tra associazioni di Vincenzo R. Spagnolo

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DA ROMA VINCENZO R. SPAGNOLO
«Non c’è regione d’Italia e­sente dall’infiltrazione ma­fiosa, che oggi avviene an­che attraverso il cavallo di Troia del pre­stito a strozzo. In seguito alla grave crisi e­conomica che sta colpendo piccole im­prese e famiglie, l’usura sta conoscendo un vero boom, che osserviamo con gran­de preoccupazione. Un terzo di questo mercato illecito è ormai in mano alle or­ganizzazioni mafiose, che non si accon­tentano di lavare il proprio denaro spor­co o di lucrare sui prestiti illegali attra­verso tassi d’interesse criminali, ma uti­lizzano l’usura come porta d’ingresso nel­l’economia legale, impossessandosi di be­ni e di imprese…». È il grido d’allarme lan­ciato da Lino Busà, presidente dell’asso­ciazione antiracket di Confesercenti “Sos Impresa”, tra i promotori della neonata “Rete per la legalità”, presentata ieri a Ro­ma, nelle sale del Senato. «Perché ritenia­mo che la situazione italiana sia grave – spiega Busà – abbiamo pensato di dar vi­ta ad un coordinamento nazionale di as­sociazioni, fondazioni, consorzi di garan­zia coi fondi speciali antiusura, comitati e altri enti impegnati sul fronte della le­galità. È una rete aperta, cioè vi possono aderire tutte quelle realtà impegnate sui fronti dell’aiuto alle vittime del racket e dell’usura, della libertà d’impresa e del­l’assistenza a famiglie e singoli cittadini contro ogni condizionamento mafioso. Basta che ne facciano richiesta, condivi­dendo il nostro codice etico».
Come testimoni d’eccezione per l’atto di nascita della Rete, ieri erano presenti in Senato cinque specialissimi “garanti”: Mimmo Cammisotto, Salvatore Cassarà, Lorenzo Diana, Maria Isernia Filograna e Nino Miceli. I loro nomi forse non diran­no molto ai lettori, ma si tratta di cittadi­ni (di alcuni raccontiamo le storie qui a la­to), che pur vivendo in terre condiziona­te fortemente dalle mafie, hanno deciso con coraggio di denunciare boss e pic­ciotti delle cosche locali, facendo arresta­re e condannare chi chiedeva il pizzo o la rata di prestiti usurari. Al loro fianco ieri, molti altri imprenditori coraggiosi, come Roberto Battaglia, il titolare di un’azien­da di bufale del Casertano, che ha avuto la forza di denunciare il clan dei Casalesi. Articolo PDF

 LA STORIA/1 - MARIA, DONNA CORAGGIOSA
«Ci hanno chiesto il pizzo fin dal 1980.
Ci siamo sempre opposti. Poi, dopo l’ennesimo incendio, mio marito decise di pagare, ma senza dirmelo per non farmi preoccupare. Ma i mafiosi ci stavano mangiando tutto: rate sempre più alte, fino all’equivalente di cinquantamila euro in due tranche. Non avevamo nemmeno più soldi per mangiare. Decidemmo di denunciare…».
Maria Isernia Filograna parla con lo sguardo limpido di chi non conosce omertà e con un’energia che non fa sospettare i suoi settantadue anni. Ma gli occhi le si inumidiscono di dolore e di rabbia quando ricorda le angherie subite.
Da decenni, la sua famiglia ha un’impresa di legnami a Casarano, in provincia di Lecce.
Un’azienda florida, che faceva gola agli affiliati alla Sacra Corona unita, che pensavano di mungerla come una vacca grassa, per ricavarne contanti ogni mese. Ma senza fare i conti col coraggio di Maria e della sua famiglia. Le denunce di Maria hanno fatto arrestare e poi condannare numerosi esponenti della Sacra Corona Unita. «All’inizio, fummo davvero in pericolo. A mio marito spararono, ad altezza uomo, e non lo presero per miracolo. Ma non ci siamo sentiti soli, anche grazie alle associazioni antiracket». È necessario, ribadisce Maria, «che gli imprenditori e i commercianti impauriti si rendano conto che denunciare è la cosa più giusta da fare. Noi abbiamo ritrovato la pace. E, finalmente, possiamo dormire tranquilli». ( V. R. S.) - Articolo PDF

LA STORIA/2 - ANTONIO: «LA DENUNCIA? PER ME È STATA UNA LIBERAZIONE»
«Sì, io ho denunciato gli affiliati alla ’ndrangheta che mi vessavano. E lo rifarei anche subito, perché è stata una cosa giusta e una liberazione». Antonio Anile è un calabrese con la testa dura e con la schiena dritta. Nato cinquantasei anni fa in un territorio, quello reggino, dove le cosche controllano perfino l’aria che si respira, lavorava a Siderno come broker assicurativo. «Sono finito nel gorgo dell’usura per un prestito chiesto ad un conoscente che poi si è rivelato vicino alle cosche. Non ce la facevo a pagare le rate e mi minacciavano di continuo. Per intimidirmi, mi hanno anche sequestrato e portato in Aspromonte. Finché, nel 2004, ho deciso di denunciare e, grazie a uomini di valore come l’allora super prefetto De Sena e il procuratore Gratteri, i miei aguzzini, che si sono rivelati esponenti delle cosche di Africo, Gioiosa e San Luca, sono stati arrestati e condannati». Dalla storia di Anile verrà presto tratto un libro. E qualche tv già lo cerca per raccontare la sua storia. Ma lui scuote le spalle, con aria schiva: «Ciò che posso dire è che non mi sento un eroe. Ho fatto una cosa che qualunque cittadino, per onestà e senso civico, dovrebbe fare». ( V.R.S.) Articolo Pdf