Archivio
Le mafie nel centro nord: tra incursioni e radicamento di Bianca La Rocca
Bookmark and Share

La relazione della Dia relativa al primo semestre 2010, consegnata al Parlamento e resa pubblica in queste ore, denuncia la presenza di pericolose cosche mafiose in Lombardia, nonché il coinvolgimento di rappresentanti della pubblica amministrazione, che hanno pilotato l'assegnazione di importanti appalti ad affiliati dell'associazione criminale. Secondo la Dia nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia c'è una "costante e progressiva evoluzione" della 'ndrangheta che, "radicata da tempo su quei territori, interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi".
Sostanzialmente La stessa direzione investigativa antimafia conferma quanto da anni viene denunciato nei Rapporti annuali di Sos Impresa, Le mani della criminalità sulle imprese: le mafie in Lombardia e in tutto il centro-nord d’Italia ci sono e vivono bene. Una situazione consolidata che vede gli affari di cosche e clan superare i confini delle regioni di tradizionale radicamento per raggiungere tutto il territorio nazionale. Il Centro e il Nord d’Italia si confermano una base sicura, dove ripulire i capitali illeciti reinvestendo in imprese e cantieri, senza tralasciare le strutture legate all’industria del turismo e del divertimento.
Le numerose indagini, gli arresti e, soprattutto, gli ingenti sequestri di beni degli ultimi anni, dimostrano che nelle regioni del centro-nord i vari clan mafiosi sono presenti, ma assumono caratteristiche e atteggiamenti differenti. Fondamentalmente, ci troviamo di fronte a sempre nuovi spazi occupati dall’imprenditoria mafiosa, ma questa colonizzazione presenta caratteristiche anche molto diverse a seconda dei luoghi e dei contesti sociali in cui opera.
Per comprendere l’evoluzione dei vari clan ancora in corso prendiamo in prestito dalle scienze biologiche le leggi della riproduzione cellulare: la riproduzione di un organismo può avvenire attraverso la moltiplicazione di sue cellule indifferenziate che successivamente portano allo sviluppo di un nuovo individuo. Questa modalità di riproduzione genera organismi geneticamente identici all’organismo genitore. I meccanismi della riproduzione e della trasmissione dei geni mantengono la continuità della vita adattata all’ambiente.
Uno stadio evolutivo che può essere suddiviso in tre livelli. In un primo livello abbiamo regioni in cui i clan compiono rapide incursioni, riciclano denaro sporco, concludono affari, ma non si radicano sul territorio, preferendo luoghi più sicuri e dove è possibile una maggiore mimetizzazione. Sono il caso del Veneto, del Trentino, delle Marche, dell’Abruzzo e della Sardegna.
A questo primo livello se ne aggiunge un secondo che potremmo definire di regioni-cuscinetto: in questo caso i clan non sono presenze saltuarie, ma non si può parlare di radicamento vero e proprio, gli investimenti, in alcune particolari zone, sono consistenti e inquinano pesantemente il tessuto economico sano, ma le decisioni e il cervello dell’organizzazione rimangono lontani. Stiamo parlando della Liguria, dell’Umbria e della Toscana, soprattutto nelle zone della Versilia e Montecatini, della città di Prato (dove sono presenti anche alcune pericolose organizzazioni criminali di etnia cinese) e nell’Isola d’Elba. In questi territori cresce anche la zona grigia d’imprenditori, amministratori, avvocati, semplici impiegati che facilitano il proliferare degli affari della criminalità, offrendosi come prestanome o semplicemente mettendo le proprie competenze pulite al servizio dei clan.
Infine, arriviamo a un terzo livello, il più preoccupante. Riguarda i territori delle regioni più ricche, interessate da grandi appalti e opere infrastrutturali, dove vi sono enormi possibilità di riciclaggio e di occultamento nell’economia legale. In questo caso non è eccessivo parlare di vero e proprio radicamento dei clan nel territorio, d’introiti illegali in loco attraverso il traffico e lo spaccio di stupefacenti, il racket e l’usura, la prostituzione e il gioco d’azzardo, di totale autonomia decisionale negli investimenti e nella spartizione e il controllo del territorio. A questo terzo gruppo appartengono il Piemonte, La Lombardia, l’Emilia Romagna e il Lazio. L’inquinamento non si limita al solo riciclaggio, ma si estende all’utilizzo di modalità mafiose per la riscossione di estorsioni e tangenti e all’allargarsi del giro dell’usura, spesso con la realizzazione di alleanze tra cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, gruppi criminali locali e consorterie criminali straniere. Un esempio eclatante è la 'ndrina dei Mazzaferro, potente ‘ndrina originaria di Marina di Gioiosa Jonica con ramificazioni al nord e all'estero come in Germania, Belgio e Regno Unito, alleata con le 'ndrine degli Ursini e dei Macrì, e con forti contatti anche con i Barbaro i Calabrò i Bruzzaniti, i Morabito e i Raso-Albanese. I Mazzaferro sono presenti in Liguria, Piemonte, Veneto e in Lombardia. In quest'ultima regione, in particolare, Giuseppe Mazzaferro ha controllato per anni ben sedici locali: tre a Milano e uno per ognuno per queste altre città: Appiano Gentile, Cermenate, Como, Fino Mornasco, Lentate sul Seveso, Lumezzane, Mariano Comense, Monza, Pavia, Rho, Senna Comasco, Seregno, Varese. Un'operazione delle forze dell'ordine ha smantellato l'organizzazione malavitosa, presto soppiantata da altre ‘ndrine.
Altro esempio significativo è quello di Rocco Lo Presti, morto il 23 gennaio 2009, che era arrivato a Bardonecchia nel lontano 1963 e che nel giro di pochi anni riesce a prendere il controllo del piccolo comune piemontese. Un controllo capillare che porterà Bardonecchia a essere il primo e unico, finora, comune del Nord Italia a essere commissariato per mafia, nel 1995. Rocco Lo Presti quando arriva a Bardonecchia è un giovane muratore di Marina di Gioiosa Jonica in odore di ‘ndrangheta. Qui, dapprima vicino al clan dei Mazzaferro, poi degli Ursino (sua sorella ne ha sposato uno), fa di Bardonecchia il suo feudo, spadroneggiando nell’edilizia, nell’autotrasporto, nel commercio (suoi ristoranti, bar, negozi di materiale edilizio, sale giochi). Centinaia i calabresi che in Val di Susa lavorano per lui e l’impresa edile di Lo Presti opera a ritmo incessante, trasformando Bardonecchia da località di montagna a una propaggine metropolitana di Torino. La cementificazione selvaggia nasconde una faccia ancora peggiore: riciclaggio del denaro, racket delle braccia, strozzinaggio, voti di scambio, intimidazioni, aggressioni. Lo Presti è morto il giorno dopo la conferma della sua condanna per associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata all’usura (un giro di denaro di tre milioni e mezzo di euro, tassi del dieci per cento mensile). Nei manifesti listati a lutto i primi nomi erano quelli dei nipoti, Luciano e Beppe Ursino, condannati anch’essi per strozzinaggio.
Due semplici storie per dimostrare come cosa nostra e ‘ndrangheta e, negli ultimi anni, il clan dei casalesi hanno colonizzato alcune zone del centro-nord Italia. Ciò che più preoccupa è il livello di permeabilità delle amministrazioni locali, mentre aumentano le prove di comuni molto inquinati e nei quali sono state facilmente accolte le richieste di esponenti della criminalità organizzata. In quest’ultimo caso famiglie e clan mafiosi si sono riprodotti generando nuovi organismi geneticamente identici all’organismo genitore ma autonomi e perfettamente adattati al nuovo ambiente.
Per quanto riguarda nello specifico la Lombardia, già nel XII Rapporto di Sos Impresa abbiamo scritto che, ormai, Milano può essere considerata la Capitale della ‘ndrangheta. E’ nel Nord Italia, infatti, che sono sorte le prime imprese di movimento terra riconducibili a soggetti di origine calabrese. Sono svariati ed eloquenti i dati che permettono di leggere il grado di pervasività delle mafie in Lombardia. Il primo è quello dei beni confiscati: la Lombardia, dopo le Regioni del Sud, (nell’ordine Sicilia, Campania, Calabria), è la Regione con il maggior numero di beni confiscati. Si tratta di ville sequestrate a Buccinasco alle famiglie Sergi-Papalia, d’immobili sigillati a Cornaredo al boss Mangeruca e di palazzine appartenute ai Coco-Trovato nella Comasina.
Una proiezione consistente della ‘ndrangheta che ovviamente sta puntando alla massima vetta, i lavori per l’Expo di Milano 2015. Un evento che rappresenta un boccone sicuramente appetibile per le mafie. Per questo, il Governo ha deciso di costituire due strutture per scongiurare i rischi d’infiltrazioni criminali e che dovranno monitorare sulla realizzazione delle opere previste, esaminare le anomalie, condividere le banche dati a disposizione di polizia, carabinieri e guardia di finanza, percorrere la catena dei subappalti. Inoltre, le aziende che vorranno prendere parte ai lavori dell’Expo dovranno essere inserite in una white list, un elenco delle ditte certificate e non soggette a rischio d’infiltrazioni mafiose. Mentre saranno tracciati i flussi finanziari legati alla realizzazione delle opere, così da escludere la presenza di gruppi criminali dietro a prestanome. A questo aggiungiamo che sono state 6.092, nel primo semestre 2008, le segnalazioni dell’Ufficio italiano cambi relative a operazioni finanziarie sospette su Milano e provincia, sui quali si è concentrata l’attenzione della Direzione investigativa antimafia.
La presenza mafiosa nel territorio lombardo è evidente anche analizzando le faide e i regolamenti di conti. A Besnate, nei pressi di Varese, nel luglio 2008, è stato accoltellato il capo dell’ufficio tecnico del Comune. Una settimana prima, una bottiglia molotov aveva incendiato l’auto del dirigente dell’ufficio tecnico del Comune limitrofo, Lonate Pozzolo. Negli anni precedenti, proprio tra Lonate e Ferno, sono state ammazzate quattro persone di origine calabrese. Giuseppe Russo è stato freddato mentre stava giocando a videopoker in un bar. Alfonso Muraro, invece, crivellato di colpi mentre passeggiava nella via principale del suo paese affollata di gente. Francesco Muraro, suo parente, un paio d’anni prima era stato ucciso e poi bruciato insieme alla sua auto. Cataldo Aloloisio (genero del capobastone di Cirò, Rocco Farao) è stato trovato morto il 27 settembre 2008 in un prato di San Giorgio su Legnano, a nordovest di Milano. Carmelo Novella, invece, è stato ucciso che il 15 luglio 2008 in un bar di San Vittore Olona con tre colpi di pistola in pieno viso. Il 6 maggio 2009 viene ucciso a Cavaria con Premezzo (VA) Giuseppe Monterosso, pregiudicato appartenente alla famiglia Sommatino-Madonia e titolare di una ditta di autotrasporti.
Sono passati tre anni da quando, nel maggio 2007, gli uomini della squadra Mobile misero sottosopra il palazzo della Sogemi di Milano, arrestando venti persone per traffico di cocaina. Sotto tiro Salvatore Morabito Tiradritto e il For a King, oggi Sharm el Sheik, night sorto proprio ai piedi della torre dell’ex municipalizzata Sogemi. Nessuno però poteva sapere che quello della cocaina era solo la punta dell’immenso business messo in piedi dagli uomini delle cosche in via Lombroso. Gli affiliati alla ‘ndrina Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo (RC) sono già stati condannati in rito abbreviato (pene fino ai quattordici anni), ma le carte sequestrate hanno svelato una fitta rete che conduce ad aeroporti, imprese edili e appalti, multinazionali delle spedizioni. Circa cento le società incastrate una nell’altra, quasi tutte piene di debiti, ma su cui conti bancari sono transitati, in meno di tre anni, quasi dieci milioni di euro, con impennate in corrispondenza dell’arrivo delle partite di cocaina acquistate dal clan Morabito. Nei fatti, la ‘ndrangheta ha esportato la propria capacità imprenditoriale e molte nuove leve nel milanese, come dimostra la presenza della cosca guidata dai fratelli Domenico, Rocco e Antonio Papalia (tutti condannati per associazione di stampo mafioso e attualmente al regime carcerario 41bis) arrestate nel luglio 2008 con l'operazione Cerberus della Guardia di Finanza.
Altre due importanti indagini conclusesi nel 2009 dimostrano l’attività della ‘ndrangheta in Lombardia: l’operazione Isola, contro la cosca Paparo di Isola Capo Rizzuto (KR) che ha interessato i territori di Monza e Sesto San Giovanni, e l’operazione Bad Boys che ha riguardato l’area di Varese. Entrambe hanno evidenziato il controllo del territorio attraverso estorsioni, intimidazioni, attentati incendiari.
Vi sarebbe sempre la ‘ndrangheta dietro il traffico di rifiuti scoperto nel settembre 2008 dal Nucleo operativo della polizia provinciale di Milano che ha sequestrato, tra Desio, Seregno e Briosco, sessantacinquemila metri quadrati di terreno dov'erano stati disseminati 178.000 metri cubi di rifiuti tossici e nocivi provenienti soprattutto dalla zona di Bergamo. Venti gli indagati, tra cui ci sono anche imprenditori e industriali che si sono affidati alla 'ndrangheta per lo smaltimento dei rifiuti. L’indagine, durata dieci mesi, ha consentito di arrestare un pericoloso latitante calabrese originario di Melito Porto Salvo, Fortunato Stellittano, già sottoposto al regime del 416 bis.
Insediamenti ‘ndranghetisti sono emersi anche nella provincia pavese, luogo privilegiato dove vengono reinvesti i capitali illeciti in attività almeno apparentemente regolari, quali appalti pubblici, esercizi commerciali, ristorazione, facchinaggio. Non è una novità. In provincia di Pavia negli anni Settanta e Ottanta la 'ndrangheta aveva già fatto sentire la sua presenza soprattutto con alcuni sequestri clamorosi, come quelli ai danni di Giuliano Ravizza e di Cesare Casella. Oggi il fenomeno si presenta con connotati diversi e il territorio pavese è stato trasformato in una lavanderia discreta dove ripulire i soldi sporchi di affari illeciti consumati altrove e non solo. Ma sono anche altri i segnali della presenza mafiosa, come il dilagare dello spaccio di droga e del gioco legale e illegale.
Che a Pavia molti noti malavitosi possano contare su appoggi importanti lo dimostra anche l’arresto del boss della ‘ndrangheta Francesco Pelle (settembre 2008), transitato per una nota clinica, dove è riuscito a entrare sotto falso nome. Nella stessa struttura medica risulterebbe essersi curato anche Giuseppe Setola che, malgrado fosse un affiliato al clan dei Casalesi ed uno dei killer coinvolti nella strage di Castelvolturno, ha ricevuto l'autorizzazione per terapie mediche di alto livello. L’arresto di Pelle è il risultato di un’inchiesta internazionale sul traffico di cocaina colombiana, operazione Solare, che, oltre in nostro Paese, ha toccato Messico, Guatemala e Stati Uniti, con duecento arresti. Sempre nel territorio pavese è stato arrestato Pasquale Barbaro, trovato in un albergo di San Martino in compagnia di un altro pregiudicato, e Salvatore D'Avanzo, il killer legato alla famiglia mafiosa palermitana Vitale, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Diego Bonura, ma dal 2001 in semilibertà.
In Brianza, nel novembre 2009, è arrestato Cosimo Filomeno, già condannato nel 2007 insieme con altre quarantacinque persone per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti Nel corso delle indagini è emerso un sodalizio criminale composto da soggetti di origine pugliese, ma legati ai clan della ‘ndrangheta, di base ad Arcore e Monza. In particolare un personaggio, Vincenzo Palma, brindisino residente ad Arcore, titolare di appartamenti in Brianza, si era dato da fare per allestire un rifugio idoneo alla latitanza di Filomeno. Nel corso dei pedinamenti, i carabinieri hanno individuato tre appartamenti per l’asilo dei malviventi, uno a Monza, uno ad Arcore e uno a Limbiate, di cui due di proprietà di Palma.
Non mancano, naturalmente, i casalesi, che hanno iniziato a interessarsi al territorio milanese e lombardo, agendo attraverso l’usura e il riciclaggio di denaro sporco. In base ai procedimenti aperti dalle Procure di Milano, Monza e Sondrio, nel solo 2008, sarebbero 250 le persone che opererebbero sotto l’egida della camorra, spaccio di droga e riciclo dei capitali nell’usura. Sostanzialmente, la ‘ndrangheta pur forte nei capitali accumulati, è ormai scarsa per numero di affiliati, soprattutto dopo i numerosi arrestati avvenuti, nell’ultimo biennio nel quartiere periferico di Quarto Oggiaro e lo smantellamento del clan Sabatino-Carvelli. E’ in questo vuoto di forze che il mercato della cocaina è stato ereditato dalla fazione più violenta dei Casalesi. A preoccupare gli inquirenti sono anche le relazioni con le organizzazioni criminali cinesi soprattutto nel campo della contraffazione delle merci. Il metodo d’infiltrazione nel tessuto sociale e economico milanese è quello già testato con successo a Parma e per gli inquirenti sarebbe proprio l’ortomercato il luogo in grado di assumere il ruolo nevralgico d’arrivo e snodo dei capitali camorristici su Milano. Naturalmente, per riuscirci i clan camorristici hanno avuto bisogno di rinsaldare i rapporti con le famiglie di Africo, Morabito, Palamara, Bruzzaniti e Talia.
In Lombardia risiedono anche personaggi di origine siciliana riconducibili a cosa nostra e alcune operazioni di polizia, nel corso del 2009, hanno dimostrato la presenza di corposi interessi della consorteria mafiosa. Oltre alle varie inchieste che hanno interessato anche il territorio milanese per il traffico di stupefacenti (operazione Plutone, operazione Castoro), il seguito dell’operazione Moro, ad esempio, ha portato all’arresto di un avvocato tributarista con l’accusa di aver occultato e riciclato in un conto estero capitali sporchi riconducibili a cosa nostra. Interessante anche l’operazione Gheppio che ha fatto emergere una vera e propria richiesta di pizzo ad alcune aziende siciliane interessate all’assistenza e alla manutenzione delle reti dell’acquedotto e della società metropolitana. Due le persone arrestate riconducibili al clan gelese degli Emanuello. Anche l’area del varesotto e del comasco sono interessate dalle presenza di soggetti affiliati o contigui a cosa nostra.
Nel territorio bresciano, la presenza di organizzazioni facenti capo alla ‘ndrangheta e alla camorra nell’area del Lago di Garda condiziona tuttora il tessuto sociale e le iniziative d’intrapresa finanziaria. L’operazione Gargamella del gennaio 2009 ha disarticolato un sodalizio composto da soggetti di origine campana e siciliana con basi operative nel territorio bresciano.
Anche quadri e opere d’arte di valore possono rappresentare un’ottima strada per investire e ripulire i soldi ricavati con le estorsioni e il traffico di droga. E’ quanto è emerso con l’operazione Metallica (luglio 2008) che, dopo due anni d’indagini, ha portato all’arresto di ventiquattro persone. È la prima volta che un’organizzazione criminale acquistava e vendeva in modo massiccio quadri d’autore e di grande valore. Oltre sessanta le opere sequestrate tra abitazioni e gallerie di Milano e Padova. Ai fini del traffico organizzato poco importava se il quadro fosse vero o una copia di qualità, visto che, in qualsiasi caso, il guadagno era assicurato. A capo dell’organizzazione Giuseppe Onorato e Sergio Landonio. Il primo si occupava di recuperare i soldi attraverso estorsioni e usura ai danni d’imprenditori milanesi e con il traffico di droga. Il secondo era il vero broker, quello che sapeva dove investire il denaro per ottenere il guadagno più alto. Landonio, almeno secondo il racconto della vittima prima di morire, portò sul lastrico anche Luigi Fasulo, il pilota italo-svizzero che si schiantò col suo aereo contro il Pirellone nell’aprile del 2002.
Infine, uno stralcio del processo Cappio (gennaio 2006), nel maggio 2010, ha comminato ulteriori undici condanne e otto rinvio a giudizio. Obiettivo dell’inchiesta un vasto giro di estorsioni, usura, truffa, corruzione e concussione che ha visto coinvolti anche ufficiali giudiziari del Tribunale di Lecco, alcuni dei quali già condannati con sentenze di primo grado.

(17 novembre 2010)