Da leggere
Semiotica di Cosa Nostra e dell'Antimafia. Il ruolo del giornalismo tra linee editoriali e conflitti di interesse di di Antonio Magrì

Editore : Aracne
Pagine : 284
Prezzo : € 18,00
ISBN : 978-88-548-3348-7

La semiotica al servizio dell’Antimafia e del giornalismo contro Cosa Nostra e certi modi di fare giornalismo. È questa la missione del volume in oggetto. Finalmente un libro che permette di decifrare i modi di comunicare e di gire che vigono all’interno di Cosa Nostra. Un libro che dimostra come un testo possa dirsi anche una guerra e come possa realizzarsi fra più protagonisti a distanza di tempo e di spazio tra loro. Il volume di agrì permette per la prima volta di dare ai conflitti vissuti fino a oggi tra Antimafia e Cosa Nostra una dimensione scientifica e di fornire sia ai semplici appassionati che agli esperti uno strumento di lettura efficace. Il volume, infine, grazie a registrazioni ottenute alla D'Addario”, racconta da vicino i mobbing che subiscono i collaboratori esterni di alcune testate siciliane da colleghi di redazione con incarichi negli ordini e nei sindacati giornalistici, e come gli editorisi servano addirittura di queste figure per alimentare i propri conflitti di interesse contro ogni principio alla libertà-diritto di informazione.

Antonio Magrì e la semiotica della mafia e della disinformazione di Rodolfo Omodeo

Un saggio del giornalista di Taormina sui traguardi raggiunti nella lotta alla criminalità organizzata grazie al metodo dell’interpretazione dei “segni”. Ma anche una coraggiosa denuncia delle storture ed anomalie del giornalismo, specie siciliano

Leggere un libro o un articolo di giornale, assistere ad un programma televisivo o semplicemente ascoltare ciò che ci vien detto da una qualsiasi persona: sembrerebbero tutti dei banali momenti di “ordinaria quotidianità” che, però, finiscono col condizionare le nostre esistenze.
Sarebbe, quindi, utile saper “leggere tra le righe” ed “andare oltre” ciò che si manifesta a noi superficialmente, in maniera tale da essere in grado di interpretare con esattezza le varie informazioni che, attraverso qualsivoglia segnale (scrittura, parola, gestualità, ecc.), ci giungono continuamente dall’esterno.
E’ questo, in estrema sintesi, l’obiettivo di quella particolare disciplina denominata Semiotica (dal termine greco “semeion” che significa “segno”) e che in Italia ha uno dei massimi esperti in Antonio Magrì, giovane giornalista di Taormina laureatosi al “D.A.M.S.” di Bologna, referente responsabile dell’Associazione Italiana Studi Semiotici, collaboratore della rivista di semiotica on-line “Ocula” ed autore (per i tipi della “Aracne” di Roma) dei saggi “Di Blob in Blob” (sull’analisi del linguaggio televisivo e
cinematografico prendendo spunto dalla trasmissione “cult” di Enrico Ghezzi) e “Semiotica di Cosa Nostra e dell’Antimafia”. Ed è proprio su quest’ultimo lavoro, dato alle stampe qualche mese fa, che vogliamo soffermarci.
L’abbiamo, infatti, particolarmente “preso a cuore” anche per le tante pagine che l’autore dedica alle problematiche del mondo dell’informazione; non a caso, la pubblicazione reca come sottotitolo “Il ruolo del giornalismo tra linee editoriali e conflitti di interesse”. Ma andiamo con ordine.
L’assunto da cui parte Antonio Magrì è che proprio la semiotica può dare un notevole contributo nella lotta alla mafia ed alla disinformazione; questo perché i due “mali” appena citati presuppongono, da parte dei rispettivi artefici, l’adozione di comportamenti “strategici”, ossia l’utilizzo di linguaggi ed espedienti in grado di depistare l’opinione pubblica mostrando a quest’ultima una realtà diversa da quella effettiva. Il mafioso, in pratica, fa di tutto per non svelare le sue carte al magistrato ed alle forze dell’ordine, così come gli editori ed i giornalisti corrotti propinano al lettore articoli e servizi reticenti e/o mistificanti nell’intento di difendere certe posizioni. E laddove - conclude in buona sostanza Magrì - mafia ed editoria diventano un tutt’uno, gli effetti sulla società sono devastanti. Ecco, dunque, l’importanza dell’applicazione della metodologia semiotica per poter avere una visione “ai raggi X” (ossia reale e veritiera) sia dei messaggi con cui i mafiosi comunicano tra di loro e sia di quelli che i mass media veicolano, non sempre per “amore della verità”...
Riguardo, in particolare, a Cosa Nostra ed all’Antimafia, l’autore porta a modello l’impronta semiotica conferita alle loro inchieste dai compianti giudici Falcone e Borsellino, precursori di un metodo d’indagine e di ricostruzione dei fatti rivelatosi estremamente efficace. Grazie ad esso si è, ad esempio, risaliti alla struttura piramidale di Cosa Nostra (che oggi si scopre essere anche della ‘Ndrangheta, ma non della Camorra) e si è giunti all’istituzione di un “pool” di esperti in grado, appunto, di “leggere” le trame pregresse, poi interrotte, poi ancora riprese o in corso d’opera della mafia.
Magrì evidenzia pure come un prezioso contributo “semiotico” sia giunto, qualche decennio prima dell’impegno degli eroici magistrati palermitani, dall’arte e dalla letteratura attraverso la saga del “Padrino”: lo scrittore e giornalista Mario Puzo ed il regista Francis Ford Coppola hanno ben decifrato i “codici” della mafia siciliana attraverso il romanzo scritto dal primo e da cui il secondo ha tratto poi spunto per l’omonimo capolavoro cinematografico.
Quindi, attingendo alla sua consolidata esperienza di cronista spesso “d’assalto”, Magrì dedica gli ultimi capitoli dell’interessante pubblicazione alle storture che caratterizzano l’attuale sistema dell’informazione, con particolare riferimento a quanto si verifica nell’anomalo panorama giornalistico siciliano.
Ed è tutta una “brutta storia”, purtroppo verissima, di testate con posizioni dominanti (se non quasi monopolistiche) che fanno “il bello ed il cattivo tempo” in quanto i loro editori, mortificando la professionalità e la dignità del giornalista, decidono se e come far pubblicare una notizia; di mobbing ed umiliazioni varie subiti dai collaboratori esterni, peraltro sottopagati o per nulla pagati; di editori “impuri” che si servono del giornale per perseguire finalità personali che nulla hanno a che vedere col diritto-dovere d’informazione; di giornalisti che stanno alla “corte” di questi potentati, ma contemporaneamente rivestono ruoli all’interno del sindacato e dell’Ordine professionale e, come tali, non offrono alcuna garanzia di tutela al collega libero e “debole”; di mediocrità dilagante che vede giornalisti di basso profilo occupare nelle redazioni posti di primo piano e con tanto di regolare contratto di lavoro, mentre chi effettivamente merita è destinato a rimanere al palo in quanto si rifiuta di piegarsi
a certe logiche ipocritamente denominate “linee editoriali”; di una categoria che non è capace d’indignarsi, di avere un sussulto d’orgoglio e di far valere i propri sacrosanti diritti perché prevalentemente costituita da gente che si accontenta solo di vedere la propria firma in pagina, di ostentare il possesso di un “tesserino” e di essere “qualcuno” nell’ambito territoriale sul quale scrive
(tanto, con l’ignoranza dilagante, solo in pochi hanno la capacità di saper distinguere: alla fine, chiunque scrive per un qualsivoglia giornale è un “giornalista”, al di là di ciò che pubblica, dei titoli di studio e del bagaglio culturale che si porta dappresso e degli errori di grammatica presenti nei suoi articoli...).
Tante ed emblematiche le vicende di giornalismo “malsano” riportate dall’autore, o per esserne stato protagonista diretto o per averle apprese da colleghi che, come lui, non tollerano più questo deplorevole andazzo; di fronte ad esse non si sa se “sorridere” o abbandonarsi all’indignazione. Alcuni esempi? Eccoli di seguito:
- il corrispondente che si vede censurato il pezzo eclatante di cronaca giudiziaria sgradito all’editore in pieno conflitto d’interessi (perché non “stampa” solo giornali, ma è anche titolare di società di costruzioni, aziende agricole, ecc.), ma che poi viene obbligato a scrivere del “nulla” in quanto c’è lo spazio di trenta righe da dover riempire quotidianamente, al di là se ci siano notizie rilevanti o meno (via libera, dunque, ad indiscrezioni infondate, chiacchiericcio politico, megaprogetti che non andranno mai in porto ed altre “informazioni” tanto per prendere per i fondelli il lettore…);
- lo stesso corrispondente che, entro le prime ore della mattinata, deve anticipare al caposervizio (lautamente retribuito e comodamente seduto in redazione…) l’argomento del suo prossimo articolo, che comunque non verrà pubblicato l’indomani, bensì (se tutto va bene) dopo… due giorni, con il serio rischio che la notizia scada d’attualità (alla faccia della qualità e della tempestività dell’informazione!...);
- il parente dell’amministratore comunale che, senza aver mai orbitato nel mondo dell’informazione, assurge “improvvisamente” a corrispondente con il compito di scrivere dalla stessa municipalità amministrata dal congiunto (alla faccia della stampa “cane da guardia del potere”!...);
- i rimbrotti e l’impopolarità cui va incontro il cronista che si sforza di denunciare i problemi di una comunità e che, al contrario, i politici locali dovrebbero apprezzare in quanto dà loro la possibilità di conoscerli ed affrontarli; e se di quella comunità il cronista in questione è anche un cittadino, gli tocca sorbirsi la solita e “provinciale” accusa del «con i Dettaglio notizie: Antonio Magrì e la semiotica della mafia e della disinformazione

- l’assurda e spietata “guerra tra poveri” fomentata dai soliti capiservizio “nullafacenti” i quali sono portati a privilegiare e valorizzare certi corrispondenti anziché altri, ingenerando nella categoria (ed a volte tra giornalisti operanti su uno stesso territorio) rancori, invidie e frustrazioni.
Ne vien fuori un panorama oltremodo desolante e deprimente, perché all’insegna della totale assenza di professionalità, dello sfruttamento lavorativo più spietato, del nepotismo e della negazione assoluta della meritocrazia: l’editore – fa capire a chiare lettere Antonio Magrì “fotografando” una situazione purtroppo reale, soprattutto in Sicilia – non vuole al suo fianco veri professionisti dell’informazione, bensì “servi fedeli” che magari non sanno esprimersi al meglio e sono del tutto privi del cosiddetto “senso della notizia”, ma obbediscono ad ogni suo ordine e non osano intralciare i suoi interessi. Così, mentre all’estero (ad esempio negli Stati Uniti d`America) i giornalisti vengono periodicamente reclutati sulla base di bandi che le varie testate pubblicano sui rispettivi siti Internet, gli editori italiani si affidano a quella che l’autore chiama “immeritocrazia”, ossia le assunzioni “segrete e misteriose” (ovvero per “pochi eletti”) tramite raccomandazioni, conoscenze e “segnalazioni” che non
offrono alcuna garanzia di qualità nel prodotto che poi si andrà a fornire al lettore.
Al cospetto di tale tristissima ed “immorale” realtà, uno dei colleghi intervistati da Magrì si dichiara tentato di abbandonare la professione di giornalista, anche allo scopo di “scuotere le coscienze”; ma l’autore, giustamente, gli fa intendere che a suscitare indignazione e conseguenti mobilitazioni di categoria e di piazza sono le persecuzioni di cui sono vittime le “grandi firme” nazionali (come Santoro, Travaglio, Maria Luisa Busi, il compianto Biagi, ecc.), mentre in Sicilia il “povero” giornalista discriminato e disperato lascia del tutto indifferenti, anche perché – come si accennava prima – i suoi rappresentanti sindacali e di categoria sono anch’essi espressione dei potentati editoriali isolani. La Sicilia è una terra bellissima, ma “ingrata”: alla fine, dunque, benché tu sia un giornalista validissimo e, per tale andazzo di cose, abbandoni la testata che ti ha sfruttato ed umiliato, sarai destinato a cadere nel dimenticatoio e, probabilmente, a cambiare mestiere; se, invece, sei un giornalista di fama ultraregionale (come quelli prima citati) che “rompe” con un editore (ad esempio la Rai), vieni subito “corteggiato” e magari ingaggiato da un altro editore (ad esempio La7). Ma nell’asfittico e provinciale sistema editoriale siciliano ciò è ancora del tutto impensabile. Semiotica? Forse è una parola “grossa”, ma con questa sua recente pubblicazione Antonio Magrì ci
invita tutti a familiarizzare con essa per imparare a conoscere cosa sta dietro alla mafia ed a certi ambiti che da quest’ultima, in fondo, non sono poi così tanto dissimili…
RODOLFO AMODEO

P.S.:
Sulla base di quanto riferito dal collega Antonio Magrì in questa sua significativa opera, a “certi” giornalisti siciliani che ci ostiniamo a restare e lottare nella nostra terra non ci si venga più a dire che siamo bravi, ma dovremmo fare il salto di qualità»: è facile, a parole, formulare questi “complimentirimproveri”, salvo poi scontrarsi con una realtà (sì, proprio quella eloquentemente descritta da Magrì nonché in altre pagine di questo website) ben diversa, dove la “bravura”, anziché essere premiata, viene mortificata.
E poi, guardandoci intorno, dove sarebbe questa “qualità” in cui andare a “saltare”?!... Se siamo “bravi giornalisti” è proprio perché ci leggete su piccole, ma “indipendenti”, testate locali e provinciali; esse ci danno la massima libertà di esprimerci, mentre se fossimo al soldo di certi “potentati editoriali” dovremmo limitarci (a fronte di un paio di euro a pezzo...) alle “asettiche” notizie brevi ed al semplice “copia e incolla” dei comunicati stampa sulla sagra paesana, sull`inaugurazione del sentiero naturalistico o sul prodotto tipico agroalimentare… (Rodolfo Amodeo)