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Terre profanate Viaggio al cuore della mafia di David Lane

La Gazzetta del Mezzogiorno - domenica 23 maggio 2010
Il Sud? Non somiglia mica a «Gomorra». Spesso è molto peggio
Se il Cristo di Carlo Levi si è fermato ad Eboli, David Lane si è spinto molto più in là, ben oltre le soglie di Roma. E non per portare salvezza, ma per raccontare verità talmente evidenti da risultare, alla prova dei fatti, inconfessabili o rimosse, in uno di quegli ossimori fra i più radicati nella natura umana. Il suo è un viaggio secco come le aspre terre del Mezzogiorno d’Italia e umido come le lacrime e il sangue che ne hanno bagnato le quotidiane vicende, ha il profumo del bergamotto calabrese e degli ulivi brindisini e quel tanfo di malarica degenerazione che dalle viscere del profondo Sud sale a contaminare tutta la penisola, svelando il mostro dietro l’incanto.

E così, quei lembi d’Italia che irretiscono il viandante con il loro profilo da cartolina si scoprono contaminati da un cancro antico capace di rigenerarsi come le teste di un’idra immortale e sopravvivere ad ogni antidoto. David Lane, corrispondente per l’«Economist» e da trentotto anni residente nel nostro paese, ha voluto risalire la spina dorsale dell’Italia della vergogna, e risultato di quanto è finito sul suo taccuino è tutto in Terre profanate. Viaggio al cuore della mafia (Laterza, pp. 339, euro 18); un’inchiesta di straordinaria ricchezza cronachistica ed emotiva che lega constatazioni e considerazioni, dialoghi e solitari monologhi, evocazioni storiche ed ipotesi prospettiche senza mai deragliare dai binari di un racconto asciutto che circoscrive il bersaglio e il territorio d’indagine.

Quattro regioni – la Sicilia, la Calabria, la Campania, la Puglia – per quattro mafie autoctone: Cosa Nostra, la Camorra, la ’Ndrangheta e la Sacra Corona Unita. E tredici capitoli che, al pari della cartina geografica anteposta alla prosa, conducono il lettore da Gela a Roma, passando per Corleone, Palermo, Messina, Reggio Calabria, Gioia Tatuo, Sibari, Scanzano Jonico, Otranto, Eboli, Napoli, Casal di Principe e decine di altre località appena sfiorate da una penna che ha trascritto sfoghi e racconti di sindacalisti, magistrati, poliziotti, insegnanti, sindaci, direttori d’orchestra, non perdendo mai la preziosa abitudine di riepilogare sempre tutto, anche l’ovvio che, da queste parti, ovvio non è mai.

Sotto i colpi dell’indagine i primi a cadere sono i miti, i pregiudizi di ogni sorta che avvelenano una terra dove la verità è il latitante più ricercato. E così, la Puglia e la Basilicata, al di là dei proclami di convenienza, gettano la maschera di paradisi incontaminati e si scoprono profondamente segnate dall’inquinamento mafioso. Soprattutto la prima, di cui Lane ripercorre l’epopea malavitosa fin dalla fondazione della Sacra Corona Unita, databile nel 1983 ed attribuibile al boss napoletano Raffaele Cutolo che, per primo, intravide nel tacco d’Italia una rampa di lancio ideale, per i traffici con i Balcani. In tanta desolazione, qualche oasi che non sia un miraggio esiste davvero. A Corleone c’è chi lotta per strappar via quell’etichetta di «patria della mafia» affibbiata dalla cronaca e dalle prodezze cinematografiche di Hollywood. Sarà difficile convincere del contrario le orde di turisti americani sbarcati nella cittadina in cerca di un cenno del Padrino, trasformato per l’occasione in un business museale, eppure qualcosa si muove, ad iniziare da quelle cooperative che tra mille difficoltà lavorano terre sottratte a Cosa Nostra. Nulla di nuovo, comunque.

È la solita storia di un Sud sospeso fra le commoventi imprese di piccoli eroi e i titaniei problemi imposti dalla sua anima più oscura. Ma Terre profanate non fa sconti a nessuno, non godendo nemmeno dell’aura romanzesca di Gomorra: tutto ha un nome e un cognome, poiché niente succede per caso in questo Meridione ferito a morte, sterminato «romanzo criminale» dall’incipit nebuloso e dall’epilogo ignoto di cui ancora, pagina dopo pagina, si cerca la prima traccia.

Leonardo Petrocel