
Come si conquista la civiltà e cosa ne determina la perdita? Come accade che porzioni importanti di un paese moderno e democratico possano diventare terra di nessuno, dominate da gruppi di potere dispensatori di violenze e di ricatti? Le leggi esistono, ma titaniche sono le difficoltà a farle applicare nel tentativo di ricucire una convivenza civile ripetutamente violentata. Grigi ed enormi uomini di ferro senza anima, senza pudore, senza cultura, senza diritto avanzano, calpestando ogni regola che a loro si oppone e, se necessario, minacciano, feriscono, uccidono non solo i loro diretti antagonisti, ma anche i soggetti impegnati a tentare di garantire l’osservanza delle regole. E’ la fine del mondo? Avvoltoi si aggirano sinistri sulle rovine della civiltà.
Un diario retrospettivo ce lo racconta; ci racconta le impressioni di un giovane magistrato destinato, in prima nomina, ad una terra di mafia e di ‘ndrangheta. Con semplicità, con una scrittura avvincente e con un atteggiamento mai auto celebrativo ci introduce in un mondo drammaticamente reale, emblema di un paese destinato a non crescere, perché trattenuto da un opprimente assenza dello Stato. Leggetelo il diario che l’autore Francesco Cascini ha intitolato «Storia di un giudice nel far west della ‘ndrangheta» (Einaudi, 2010); fatelo leggere nelle scuole, fate in modo che la gente sappia e capisca che un paese non si può dividere e che l’unità presuppone un uniforme vivere e sentire civile. Il sud è una risorsa troppo preziosa per continuare a trascurarla; trascurare significa anche mantenere gli uffici di polizia depotenziati, gli uffici giudiziari fatiscenti, gli organici dei magistrati ridotti ai minimi termini, le procure della repubblica desertificate.
Nel racconto dell’esperienza vissuta di Francesco Cascini si potranno pure intravedere le ragioni per le quali una terra di sole, per un assurdo paradosso, venga trattenuta sotto una spessa coltre di nebbia che la nasconde, la soffoca; e tutto questo non è poi solo colpa del sud. La colpa è di una malattia che, in forma di tendenza a prescindere dalle regole, si diffonde, debilita l’onestà, offusca la mente ed il cuore, esaspera l’individualismo e l’egoismo; produce l’effetto collaterale della corruzione, che rapidamente logora gli ingranaggi dello Stato dal suo interno, li paralizza, li spezza, si fa costume e contamina al sud come al centro come al nord. Chi si assumerà il compito di debellare il morbo che, divenuto epidemia, la magistratura non può risolvere? Chi aiuterà a far comprendere che le farraginosità della pubblica amministrazione, per esempio, non potranno mai legittimare un politico a facilitare “a fin di bene” il soggetto privato in difficoltà, incombendo, invece, sul politico il dovere di risolvere tali difficoltà riformando la pubblica amministrazione e sul cittadino il dovere di agire comunque secondo legge a costo di sacrificare un indebito tornaconto personale? Chi aiuterà a comprendere che proprio l’agire fuori dalle regole mortifica la legge, allenta il patto sociale, ammette prepotenti invasioni di campo del potere criminale?
Leggetelo il libro di Francesco Cascini; vi rintraccerete pure un filo di speranza nell’impegno di giovani (uomini e donne), semplicemente onesti, che, nella loro serietà e passione, tra un racconto di un’indagine quasi fosse un giallo e un commento sulla pasta con le melanzane della mamma premurosa, discreta e spaventata, finiscono con l’assumere i caratteri, provenienti da un mondo classico ormai sempre più lontano, degli eroi mitologici, di cui, talvolta, portano pure il nome ( come Ettore, per esempio ).
Gabriele Mazzotta
* Ex pm alla procura di Firenze e da due settimane magistrato di Cassazione
Corriere Fiorentino, 31 maggio 2010