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Ponte di Ferro/Parla Lino Busà, SoS Impresa. Le mafie (135 miliardi di fatturato) fattore organico criminale del sistema Italia
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Filippo Piccione
13-02-2010
La conversazione-intervista con il Presidente Nazionale dell'Associazione antiracket e antiusura "SoS Impresa", Lino Busà, si è svolta nel suo ufficio in un prestigioso palazzo di via Nazionale a Roma. Una settimana prima, il 27 gennaio scorso, è stato presentato all'assemblea nazionale il dodicesimo rapporto annuale SoS Impresa, intitolato "Le mani della criminalità sulle imprese". Questo rapporto – come i precedenti – contiene una serie di dati, analisi ed elaborazioni di fonti d'informazioni, di studio e di ricerche che danno la misura di quanto il fenomeno mafioso in Italia e, in particolare, nel Mezzogiorno stia diventando pericoloso. E ciò nonostante i risultati conseguiti sul fronte della cattura di latitanti eccellenti e del notevole numero di sequestri e confisca dei loro beni e patrimoni. Tuttavia, la sua forza di penetrazione ed espansione, allo stato delle cose, appare ancora difficilmente contenibile. Il fatturato della Mafia Spa arriva a quota 135 miliardi di euro l'anno ed un utile che sfiora i 78 miliardi al netto di investimenti e accantonamenti. Cerchiamo di commentare insieme le varie voci di questo bilancio.
Si tratta, premette Busà, non solo di una delle più grandi imprese nazionali – anche per numero di addetti e servizi – ma siamo in presenza dell'unica holding company in Italia realmente florida. Le mafie, chiarisce, non avvertono né temono la crisi economica. Anzi il più delle volte quanto più essa è profonda e duratura tanto più consistenti sono i vantaggi che ne traggono. Basti pensare che i licenziamenti, la cassa integrazione e la disoccupazione drammaticamente in continuo aumento comportano un'offerta di manovalanza che va ad ingrossare le schiere delle cosche criminali i cui effetti sul piano economico, sociale, culturale e della legalità sono facilmente immaginabili.
Fra le attività, il "cespite" più rilevante è rappresentato dai 60 miliardi provenienti dal traffico della droga, seguito per 5,80 miliardi da quello delle armi, 1,20 dal contrabbando, 0,87 dalla tratta di esseri umani; 24 miliardi dalle cosiddette tasse mafiose; 9 dal racket e 15 dall'usura; un miliardo per attività predatoria (furti, rapine, truffe); 25 miliardi per attività imprenditoriali di cui 6,5 da appalti e forniture, 7,5 dalla filiera agro alimentare, 2,5 da giochi e scommesse, 6,5 dalla contraffazione, 2 dall'abusivismo; 16 miliardi sono i redditi prodotti dalla cosiddetta eco mafia, 0,60 dalla prostituzione e 0,75 da proventi finanziari. Dal lato delle passività la voce stipendi, pari a 1,17 miliardi, viene ripartita fra i capi clan, gli affiliati, i detenuti e i latitanti; la logistica comporta una spesa di 0,45 (covi, reti, armi); l'attività corruttiva, ammontante a 2,75 miliardi, è costituita per lo 0,95 miliardi per i corrotti, 0,05 per consulenti e specialisti, 1,75 per i fiancheggiatori. Fra le passività figurano 26,00 miliardi di investimenti, 19,50 miliardi di riciclaggio, 6,50 di accantonamenti e 0,80 di spese legali.
Lo scrupolo con cui l'esponente di Confesercenti ha voluto elencare, in maniera così circostanziata, l'entità e il formarsi delle "poste" di bilancio e gli strumenti per acquisirle (comparazioni e monitoraggi da varie fonti, istituzionali e non), rivela quanto egli tenga alla attendibilità del "suo" Rapporto che peraltro viene oramai da anni ampiamente riconosciuta da tutta la stampa nazionale ed internazionale che si occupa di questi temi.
Ma questa è solo una condizione. Lo scopo principale del lavoro di SoS Impresa, aggiunge con una punta d'orgoglio, è quello di individuare il corto circuito perverso legalità-illegalità-legalità che si viene a creare per effetto della presenza tentacolare di un grande gruppo imprenditoriale e finanziario, come "Mafia Spa".
Interessante, e al tempo stesso preoccupante, è la descrizione che Lino Busà fa di questa singolare holding company. "La Mafia Spa si muove con abile agilità tra localismo e globalizzazione, tra arcaicità e modernità, fra "la lupara e l'high tech". Sul piano organizzativo e strategico è in continua evoluzione. E grazie all'intreccio che di volta in volta riesce a stabilire con il mondo politico-affaristico da un lato e il mondo amministrativo-istituzionale dall'altro, ha saputo superare la logica monosettoriale della vecchia e tradizionale impresa mafiosa che era concentrata essenzialmente nell'edilizia e nei lavori pubblici".
"Le mafie (Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita) sono entrate – spesso con un ruolo egemone – nel comparto sanitario pubblico e privato, in quello dello smaltimento dei rifiuti, della grande distribuzione commerciale, del turismo, delle politiche urbanistiche, abitative e delle grandi opere pubbliche, dei mercati ortofrutticoli, ittici e della macellazione, della ristorazione, dei locali notturni, ampliando i propri interessi e moltiplicando i propri introiti". Citando la Dia (Direzione Investigativa Antimafia), mi fa notare che i fenomeni di criminalità mafiosa hanno messo in luce, a fronte di un generale profilo pervasivo nella società civile e nel mondo economico, peculiarità adattive tali da aggirare e superare i controlli formali di legalità.
Oltre alla parte destinata alle nuove e sempre più consistenti acquisizioni immobiliari, aziendali e azionarie – operazioni facilitate dalla diminuzione dei prezzi delle abitazioni, delle imprese in crisi, del minor valore dei titoli in borsa – come sarà utilizzata l'enorme liquidità che residua e che gestisce con oculata sapienza l'organizzazione criminale? Il responsabile di SoS Impresa non esita ad affermare che i soldi della mafia, benché "sporchi", fanno gola a molti. Certamente fanno gola a pezzi di finanza deviata che offre riparo, riservatezza e professionalità nell'attività di riciclaggio a uomini della mafia e ad alcuni imprenditori spregiudicati che pensano di portare a termine facili e corposi business. Ma fanno gola a settori, seppure limitati, del "Gotha" imprenditoriale, persuasi che la strada della "convivenza collusiva" sia l'unica possibile per concludere affari al Sud.
Gli ricordo che Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, proprio con riferimento all'imponente mole di denaro "pronto cassa" che manovra la ‘Ndrangheta ("la mafia più ricca del mondo che domina la regione più povera dell'Europa", che mette in movimento una massa di 44,0 miliardi di euro di cui 27,3 ricavati dal traffico della droga che ha come epicentro Milano e la Lombardia), rilevava che in una fase in cui le banche sono restie a concedere finanziamenti alle imprese, se venissero meno quelli della malavita organizzata, cui attinge una larga area di aziende "sane", la crisi economica sarebbe ancora più acuta.
Nel ritenere verosimile tale paradosso – confermato peraltro dagli accertamenti e i riscontri fatti direttamente sul terreno – l'opinione di Lino Busà è che si sta facendo anche strada un doppio principio: il primo, basato sulla "doppia morale" (nel senso che grandi imprese del Nord scendono a patti con i clan locali per poter lavorare in tranquillità); il secondo, sulla "collusione partecipata" (nel senso di utilizzare la capacità intimidatoria esercitata dai clan per entrare in nuovi mercati e rimanerci in condizioni di monopolio).
"La mafia è forte, ma per fortuna c'è una società civile, forse ancora troppo piccola e troppo isolata, che resiste e reagisce". In questa società civile ci sono imprenditori e commercianti che non si rassegnano. C'è una tenace ed efficace azione di contrasto da parte della Magistratura e delle forze dell'Ordine che, malgrado l'insufficienza delle risorse e la carenza di mezzi necessari e del personale, ha dato tangibili prove in virtù delle quali, con l'aiuto, la consapevolezza e l'impegno più ampio e convinto dei cittadini, la criminalità organizzata forse un giorno potrà essere sconfitta.