
Recensione Il Mattino
L’uomo che riuscì a trasformare in impresa la camorra, il boss dei boss, la «primula rossa di un clan potente e temibile, capace di fatturare un miliardo di vecchie lire al giorno. È difficile trovare nome di criminale che abbia trovato tanto spazio nelle pagine della cronaca nera e giudiziaria degli ultimi anni quanto ne ha avuto Paolo Di Lauro. Ora la sua vita diventa biografia nel libro L’Impero della camorra di Simone Di Meo (Newton Compton, pagg. 288, euro 9,90: esce oggi), in assoluto il primo testo sulla sua figura. Un lavoro certosino di ricerca e raccolta delle fonti - giudiziarie, ma non solo - fa dell’ultimo lavoro del giornalista napoletano da tempo impegnato nell’analisi dei fenomeni legati alla criminalità organizzata napoletana un compendio capace di sintetizzare oltre vent’anni di malaffare camorristico. «Vita violenta del boss Paolo Di Lauro», si legge nel sottotitolo che agevolmente avrebbe potuto alternativamente definirsi «ascesa, gloria e fine di un sodalizio criminale». Perché di questo si tratta: ripercorrere le tappe scandite da vent’anni di potere invisibile che hanno generato un impero economico che nemmeno gli atti ufficiali delle inchieste condotte dalla Direzione distrettuale antimafia sono riusciti a quantificare; ma che superano senza dubbio le centinaia di milioni di euro. E non solo. Perché Di Meo riesce a cogliere bene una delle essenze più profonde di ciò che il clan di «Ciruzzo o’ milionario» ha saputo costruire, non soltanto a Secondigliano ma in tutta l’area a nord della città di Napoli: un «ordine sociale» rovesciato, quell’antistato in grado di imporre la propria legge, di sostenere economicamente migliaia di nuclei familiari. In una parola: di pretendere e ottenere il rispetto da intere fasce della popolazione, le anime dimenticate di una periferia urbana ferita da cento degradi. Strana storia, quella che segna i primi passi del boss. Venditore di biancheria intima e corredi: l’esordio di Paolo Di Lauro è fatto di trasferte, in Italia e all’estero, di sacrifici sostenuti al pari di tanti «magliari» che ancora oggi sfacchinano restando lontani da casa anche mesi. Ma lui era diverso. Sono tanti i collaboratori di giustizia che di Di Lauro daranno ai pubblici ministeri napoletani le stesse indicazioni, tracciando l’identikit perfetto dell’uomo che di lì a poco sarà capace di guadagnarsi la stima e il rispetto da parte dei più importanti boss della città e della provincia (tra questi, non a caso, ci sono pure i «maranesi» di don Lorenzo Nuvoletta). Gli esordi di «Ciruzzo» sono questi: dalla vendita porta a porta di biancheria alla conduzione di due bische clandestine, la prima a Casavatore e la seconda al Rione Berlingieri. La passione per il gioco accompagnerà per tutta la vita di uomo libero Paolo Di Lauro. E non è aneddotica favoleggiata la storia ricostruita da Di Meo che rievoca una serata al tavolo di poker a Forcella, da un lato lui, Ciruzzo, dall’altro Guglielmo Giuliano e - al centro - un borsone contenente una favolosa posta in gioco: due miliardi di lire in contanti. «Vuoi giocare con me? - gli si rivolge Paolo Di Lauro - Puoi farlo, a condizione di coprire la stessa cifra...». Scaltro. Intelligente, ma soprattutto, lungimirante: questo era il boss di Secondigliano, un «deserto dal quale riuscì a tirar fuori il petrolio». E il petrolio, Di Lauro lo trovò nelle ingenti partite di droga che trasformarono negli anni a cavallo tra l’80 e il ’90. Nel periodo in cui lo Stato vinceva una battaglia - sconfiggendo il contrabbando di sigarette - si ponevano le condizioni per il fiorire di un traffico ancor più pericoloso, quello degli stupefacenti. Di Meo compie un’analisi lucida, scandendo le fasi dell’ascesa criminale di Paolo Di Lauro, dagli anni ’80, segnati dall’omicidio di Aniello La Monica, espressione di una camorra «feudale»; fino ai giorni nostri, quelli segnati da una tragica, sanguinosa faida voluta dagli «scissionisti» e culminati in una sessantina di morti ammazzati. C’è ancora spazio per sottolineare - e l’autore del libro lo fa con acuto approfondimento - come il tracollo dell’Impero sia stato favorito da un salto generazionale. Da un lato lui, Ciruzzo, saggio, lungimirante e capace di sostenere la bilancia degli equilibri criminali; dall’altro i suoi figli, e in particolare Cosimo, il «gladiatore», irruente, decisionista, prepotente e sanguinario. Giuseppe Crimaldi (17 gennaio 2008)