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Le Inchieste di Repubblica/Avvocati, dipendenti pubblici e pensionati a Roma gli 'strozzini' dei risparmi e del tfr di Mauro Favale, Fabio Tonacci

ROMA — Paolo si presenta nel palazzo sempre intorno al venti del mese. Lo conosce bene quel posto. È un distaccamento di un importante ministero, nel cuore del quartiere Eur. Ci ha lavorato per 30 anni. Saluta gli ex colleghi d’ufficio. In mano ha un taccuino con nomi e cifre. È un “amico”, Paolo. Un “benefattore”. Aiuta chi è in difficoltà. Strozza, ma col sorriso. A 65 anni ha deciso di investire i 55mila euro del suo Tfr in un’“impresa” popolare che a Roma non conosce crisi. Fa l’usuraio. Presta piccole somme, con l’interesse del 10 per cento al mese. Fa un tasso annuo del 120 per cento, se non si saltano le rate. Sul suo taccuino ci sono cinquanta nomi e altrettante cifre: i quattrocento euro al collega per la bolletta in scadenza, 680 euro per la capoufficio che ha il mutuo da pagare, 300 euro per il portiere che deve fare il regalo alla fidanzata. «E come posso denunciarlo? — ha detto in lacrime una donna allo sportello antiusura del comune, a cui si è presentata perché non sapeva più come fare a toglierselo di torno — è un amico, e oggi le banche non ti fanno più credito. Lui ci aiuta ad arrivare alla quarta settimana del mese». A un prezzo altissimo, che cresce di mese in mese.

Accanto agli storici “cravattari” di borgata, quelli che ancora infestano gli angoli tristi di Roma, come il Monte di pietà, le aste giudiziarie, i Compro oro, dove si trova la gente che ha bisogno di denaro in tempi brevi, accanto ai clan violenti di ex nomadi che da anni gestiscono l’usura su larga scala, si stanno posizionando centinaia di insospettabili. Commercialisti, avvocati, dipendenti pubblici, negozianti a cui girano bene gli affari, anche pensionati. Proprio come Paolo. Un boom di illegalità che si nutre impietosamente dei frutti più marci della crisi economica come l’indebitamento delle famiglie e la stretta dei canali tradizionali del credito bancario. Sono tanti, gli usurai. Troppi. Ma quanti, in realtà? E come ci si mette in contatto con chi presta soldi?

IL SOCIAL NETWORK DELL’USURA
«Tu e l’usuraio avete almeno un amico in comune». È un mantra pronunciato da chi per un motivo o per un altro vive a contatto con quel mondo, dal commerciante pulito alla vittima, dall’investigatore all’avvocato. Basta un passaggio, una voce che comincia a girare in un bar, o sul luogo di lavoro. A Roma è come se esistesse un “social network” del prestito. Funziona con il passaparola. A volte, addirittura, la soffiata arriva da un dirigente di banca. «Il Bassetto mi è stato presentato dal vicedirettore di un’importante Cassa di risparmio, con cui avevo contratto un debito che non riuscivo a coprire». Lo mette a verbale il 13 maggio scorso un piccolo imprenditore, vittima di Gavino Marongiu, alias Paolo, alias il Bassetto, 65 anni, uno degli usurai più noti sulla piazza romana, finito in carcere a novembre.

Nell’ultimo rapporto “Le mani della criminalità sulle imprese” Confesercenti stima in 3500 i soggetti che prestano soldi a strozzo, un business da 2,5 miliardi. Tre quarti sono romani, il resto è Camorra. Un esercito che rappresenta il 10% del totale nazionale, fissato a 40.000 prestatori. Raddoppiati negli ultimi due anni, da quando è iniziata la crisi. Sotto schiaffo (termine gergale romano, come anche cravattaro) sono soprattutto i commercianti: ben 28mila nel Lazio (il 35% del totale, praticamente 1 su 3), 200.000 in tutta Italia, sempre secondo le stime di Confesercenti. Un numero enorme, che però non trova riscontri nelle inchieste né nelle denunce.

UN REATO CHE NON SI DENUNCIA
«Nel 2011 abbiamo un dato disarmante — spiega Vittorio Rizzi, capo della squadra mobile di Roma — appena 13 denunce, per altro conseguenza di attività d’indagine. Un numero irrilevante, che non dice niente della reale diffusione del fenomeno». Anche perché l’usura è un reato ammantato di omertà, basato su un rapporto vittima-aguzzino che segue le dinamiche della dipendenza psicologica e quasi fisica, come nel caso dei tossicodipendenti con i pusher. «L’usuraio rimane un “benefattore”, nella testa della vittima, fino a quando non lo riduce sul lastrico — spiega Rizzi — è difficile che spontaneamente qualcuno si presenti in Questura per denunciare. Forse per vergogna, forse per senso di colpa».

Per trovare dati più significativi bisogna rivolgersi alle associazioni che aiutano le vittime. Come Sos Impresa, l’ambulatorio antiracket, i sette sportelli aperti in città dal comune di Roma. «Da noi arrivano ogni settimana almeno 15 persone — racconta Luigi Ciatti, avvocato e delegato del comune per la lotta all’usura — negli ultimi 12 mesi le richieste d’aiuto sono aumentate del 30 per cento. Chi sono? La metà famiglie o lavoratori dipendenti in difficoltà, ma che non rinunciano ai loro standard di vita». Al numero verde di Sos impresa (800.900.767) le telefonate erano 781 nel 2009, 2.917 nel 2010, sono diventate 3.253 nel 2011. Che faccia ha oggi un usuraio? Quali sono le figure emergenti di questo business illegale?

I COLLETTI BIANCHI
«Si è presentato come un commercialista, io non lo conoscevo. Ero davanti al tribunale per un’asta immobiliare. Avevo perso la mia casa e volevo provare a ricomprarla». A parlare è Francesca, 53 anni, commerciante con un banco al mercato. Davanti a quel tribunale incontra un vero commercialista che si offre di comprare quella casa per lei: all’asta vale 130.000 euro, si trova dalle parti dell’Acquasanta, a sud di Roma. Le promette che la farà restare in quell’abitazione a patto che lei gli ripaghi l’acquisto con un po’ di interesse. Lei accetta e si ritrova sulle spalle un tasso del 12,5% al mese. Calcolato non su quei 130.000 euro ma sul valore reale della casa: il triplo, quasi 400.000 euro. Alla fine Francesca si rivolge all’ambulatorio antiusura di Roma, ma alla fine non se la sente di sporgere denuncia.

12 gennaio 2012

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