
di Stefania Gargiulo (La Civiltà)
Sale a 190 mila il numero delle imprese che in tre anni, dal 2008 al 2011, hanno dovuto chiudere per debiti o usura. È in special modo quest’ultimo il fattore che, alimentato dalla crisi economica, sta conoscendo un vero e proprio boom con un’impronta precisa: quella delle mafie.
Nel XIII rapporto Le mani della criminalità sulle imprese di Sos Impresa, associazione aderente a Confesercenti, si conferma che è Roma la capitale del fenomeno. Il numero degli usurai, infatti, è salito: da circa 25 mila a oltre 40 mila.
Ventottomila, invece, sono i commercianti vittime di questo illecito, “numero pari al 35% delle attività economiche attive nella Regione Lazio per un giro d'affari stimato nell'ordine dei 3,3 milioni di euro”.
Nella Città Eterna, che con le venti sparatorie e i 39 omicidi dello scorso anno appare la metropoli più violenta rispetto a Napoli, Palermo, Reggio Calabria o Catania, si rintracciano tutte le fenomenologie del sistema: “dal singolo usuraio, pensionato o – si legge – libero professionista, alle bande di quartiere, dalla criminalità organizzata alle finanziarie apparentemente legali”. Sempre più aggressive e violente, queste organizzazioni utilizzano metodi che rendono complicata l’azione legale e l’individuazione dei soggetti coinvolti vista la rigida divisione all’interno delle reti usuraie: raramente la vittima ha contatti con il “finanziatore”, c’è sempre un “procacciatore” a fare da mediatore, “mentre il recupero crediti è affidato a soggetti malavitosi, molte volte provenienti da Paesi dell'Est europeo”.
Ogni quartiere ha il suo gruppo di “cravattai” e il fenomeno non risparmia l'area dei Castelli Romani e quella del litorale, “in cui la famiglia nomade dei Casamonica, benché duramente colpita negli uomini e nei patrimoni, resta l'organizzazione egemone”.
A preoccupare è la diffusione di una figura poco sospetta, quella dell’usuraio “dalla faccia pulita”, e il cambio di rotta delle attività mafiose che “non considerano più spregevole quest’attività”. È il presidente di Sos Impresa, Lino Busà, a delineare la figura dello strozzino dei clan che “a volte presta soldi a tassi di interesse inferiori a quelli delle banche. La vittima tipo – spiega – è una persona matura, intorno ai 50 anni, che ha sempre lavorato nel commercio e lamenta oggettive difficoltà a riconvertirsi nel mercato del lavoro: è disposto a tentare di tutto per evitare il protesto di un assegno o il fallimento del negozio”. Anche in questo caso la lentezza della giustizia svolge un ruolo particolarmente critico: “Se non troviamo il modo di trasformare chi trova il coraggio di denunciare da 'sfigato' a vincente siamo destinati a perdere la nostra battaglia”.
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