
Modena, 17 dicembre 2011 - C’e’ il panorama dettagliato delle famiglie mafiose (Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta) presenti in Emilia-Romagna e la ricostruzione delle principali indagini e risultati raggiunti dagli inquirenti (in particolare negli ultimi quattro anni), ma ci sono anche dei numeri (tra cui gli 8.500 commercianti vittime di usura e i 2.000 di estorsione) e alcune “voci” che arrivano direttamente dai territori.
Infine, c’e’ spazio per raccontare le “buone prassi”, ovvero tutto cio’ che istituzioni e territori possono fare e hanno fatto per evitare che anche in Emilia-Romagna si arrivi alla “colonizzazione” avvenuta in Lombardia. C’e’ tutto questo dentro il corposo dossier (192 pagine) sulle mafie in Emilia-Romagna, che e’ stato realizzato da “Libera informazione” (su input dell’Assemblea legislativa) e che questa mattina viene presentato in viale Aldo Moro con un convegno ad hoc, alla presenza di ospiti del calibro di Anna Canepa, magistrato della Direzione nazionale antimafia, e Roberto Alfonso, procuratore capo di Bologna (arrivato sotto le Due torri dopo aver passato oltre 15 anni nella Dna).
Il dossier, che si intitola “Mafie senza confini, noi senza paura”, si apre con un introduzione di pugno di Matteo Richetti, presidente dell’Assemblea legislativa di viale Aldo Moro, secondo il quale “la criminalita’ organizzata, anche quando si presenta in modo indiretto, va guardata in faccia e affrontata a viso aperto” accantonando il “timore che, ammettendo il pericolo, si possa minare la reputazione delle nostre citta’ o della nostra regione”. Al contrario, aggiunge Richetti, “al manifestarsi dei primi sintomi e’ bene intervenire decisamente per debellare un fenomeno insidioso”, contro cui la regione ha “tutti gli anticorpi per reagire e ribellarsi”. Nel dossier di Libera Informazione (stamattina in viale Aldo Moro c’e’ anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera), il “modo indiretto” in cui le mafie agiscono e si manifestano, in particolare al Nord, e’ ampiamente spiegato. Si va dalla rete di connivenze agli appalti pubblici (dove la criminalita’ organizzata si insinua giocando la tecnica del massimo ribasso della base d’asta), per arrivare agli insospettabili “colletti bianchi” (finanzieri, commercialisti, direttori o impiegati di banca), gia’ piu’ volte ribattezzati “uomini cerniera”: coloro, cioe’, che “mettono in contatto due mondi, il mondo mafioso e quello economico finanziario locale”, che altrimenti non si sarebbero mai sfiorati. E’ soprattutto grazie a loro che “una delle regioni piu’ importanti per l’economia del paese (l’Emilia-Romagna, ndr) non e’ stata risparmiata dagli appetiti e dalle attenzioni della criminalita’ organizzata- si legge nel dossier di Libera, che vede nel “tessuto di piccole e medie imprese” e nella “vocazione turistica e alberghiera dall’altra” le due “calamite che hanno attirato gli uomini delle cosche” in regione.
La descrizione del panorama delle famiglie mafiose presenti in regione, che si appoggia in particolare sulle passate relazioni di Dna e Dia, prende in considerazione tutte le province, anche se i territori piu’ colpiti sono Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma. “Dalle infiltrazioni al contagio” si intitola il primo lungo capitolo del rapporto di Libera, in cui si ricostruisce il crescente allarme con cui la Dia, dal 2009 ad oggi, ha guardato al territorio emiliano-romagnolo, pur sottolineando la marcata differenza del “tessuto sociale ed economico” di questa regione rispetto a quello di altre. Una prova della preoccupazione crescente dei vertici dell’Antimafia nei confronti dell’Emilia-Romagna sta anche, ricorda Libera Informazione, nell’arrivo a Bologna, nel 2010, di due ex procuratori aggiunti della Dna, entrambi per anni gomito a gomito con Piero Grasso: Alfonso (nominato procuratore capo) ed Emilio Ledonne (andato alla Procura generale). “Queste due nomine sono un segnale importante e di attenzione da parte del Csm che intende rispondere all’ascesa delle cosche in regione con la designazione di validi magistrati a coordinare l’attivita’ di contrasto del crimine organizzato” si legge nel dossier.
Anche grazie a loro, le forze dell’ordine e la magistratura fino a oggi sono stati in grado di contrastare il “lento ma progressivo contagio” della regione, ancora lontano pero’ dal fenomeno di “colonizzazione”, parola con cui la Dna ha descritto la situazione della Lombardia.
Nel dossier trovano spazio anche i fenomeni di estorsione e usura, quest’ultima piu’ ‘pericolosa’ per l’Emilia-Romagna, stando ai dati 2011 di Sos Impresa. Se il pizzo, infatti, coinvolge circa 2.000 commercianti (5% del totale contro il 70% della Sicilia o il 50% della Calabria), piu’ preoccupanti sono i dati relativi all’usura, che riguarda 8.500 persone, pari all’8,6% del totale dei commercianti attivi. Libera ricorda anche i 107 beni confiscati alla mafia in regione (al top c’e’ Bologna con 38 immobili, seguono Forli’-Cesena con 28 e poi Ferrara con 16).
Infine, c’e’ un capitolo dedicato alle buone prassi, dalla carta etica dei professionisti modenesi alla legge antimafia varata dalla Regione (che tra le altre cose prevede la creazione di un Osservatorio regionale sul crimine organizzato), fino al patto per la legalita’ sottoscritto dalle Camere di Commercio di Reggio Emilia, Modena, Crotone e Caltanissetta.
(Fonte Dire)