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Ed è giunta la fine anche per Michele Zagaria di Bianca La Rocca
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Ed è giunta la fine anche per Michele Zagaria, il super latitante arrestato dopo un imponente battuta nel comune di Casapesenna nel Casertano.
Per chi non ne conoscesse lo spessore criminale basterà rifarsi all’ormai noto processo Spartacus, chiuso definitivamente il 15 gennaio 2010 con la conferma delle condanne della Corte di Cassazione per tutti e ventiquattro gli imputati del clan dei casalesi,
Il processo spartacus è stato il più grande riguardante la camorra casertana, paragonabile solo al maxi-processo al gotha di Cosa nostra istruiti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino negli anni Ottanta. Un processo che ha visto imputata una delle più sanguinarie cosche esistenti, con ventiquattro imputati accusati e condannati per diversi reati tra cui associazione mafiosa, omicidio, porto abusivo d'armi ed estorsione. Tra gli imputati nomi noti alle cronache giudiziarie: Francesco Schiavone detto Sandokan, riconosciuto come il capo indiscusso; il suo ormai ex-braccio destro Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto è mezzanotte, il cui figlio Gianluca è stato arrestato il 31 maggio 2008, e il fratello Michele il 29 aprile 2009, nell’operazione Principe; Antonio Iovine, arrestato nel novembre 2010 dopo quindici anni di latitanza, e Michele Zagaria, arrestato oggi.
Quest’ultimo è lo stesso boss che si fece costruire la villa sul modello di quella del film Scarface interpretato da Al Pacino. Per loro come per altri tredici imputati la condanna è stata definitiva in tutti sensi. Fine pena: mai.
Era dai tempi della sentenza Bardellino (1986), storico boss della camorra casertana, che non si vedeva una condanna così pesante e definitiva. Il processo Spartacus ha rappresentato il risultato di un’inchiesta condotta per cinque anni, dal 1993 al 1998. Le indagini sono state alimentate dalle dichiarazioni di molti collaboratori di giustizia e hanno messo in luce l'affermazione e la crescita del potere economico del clan dei casalesi.
Il clan dei casalesi, infatti, può essere considerato un clan-impresa, cui anche gli arresti eccellenti, susseguitisi nel corso degli ultimi anni, non hanno inciso sul potere acquisito e, spesso, gli imprenditori che hanno trovato il coraggio di denunciare gli affiliati a questo pericoloso clan camorristico, continuano a vivere in un continuo clima d’intimidazione ed emarginazione sociale.
La presenza della camorra casertana, infatti, ha già fortemente inquinato la vita sociale ed economica di ampia parte del territorio campano e si è estesa ad altre regioni italiane, prima fra tutte l’Emilia Romagna.
A Caserta e nelle zone limitrofe, oltre al pesante problema del racket delle estorsioni, qualsiasi imprenditore, grande o piccolo, deve fare i conti con l’imposizione di forniture, servizi e controllo, diretto e indiretto, di parecchie attività commerciali. Una situazione che comporta un incremento dei prezzi di circa il tre per cento tutto a carico dei consumatori. I settori maggiormente colpiti sono il caseario, con la ricca produzione delle aziende bufaline, e quello dell’edilizia.
L’ultimo arresto eccellente, prima di quello di Michele Zagaria, è stato quello di Vincenzo Schiavone, avvenuto il 26 aprile scorso, in una clinica di Sant’Angelo dei Lombardi (AV) dove era ricoverato sotto falso nome. L’uomo, figlio di Luigi e nipote di Francesco Schiavone, conosciuto come Copertone, per la sua abitudine di bruciare cadaveri incendiando pneumatici, era il cassiere dei casalesi. Schiavone era riuscito a sfuggire all'ordinanza Spartacus III e, nel 2004, durante una perquisizione, la polizia aveva sequestrato il suo computer nel quale era annotata l'intera contabilità del clan, compresi i nomi di tutti gli imprenditori e commercianti che venivano sottoposti alle richieste di pizzo. E' stato calcolato che il fatturato mensile del clan gestito da Schiavone si aggirava intorno ai trecentomila euro mensili.
Oltre ai nomi già citati, tra i tanti arresti eccellenti dobbiamo ricordare anche quello di Adriano Graziano, detto ‘o professore, l’uomo che avrebbe dovuto ricomporre le forze del clan decimato di Emilio Di Caterino. L’esponente dei casalesi che, pochi giorni dopo l’arresto (16 ottobre 2008), ha cominciato a collaborare con la giustizia. Lo stesso sarebbe stato descritto come uno stipendiato del gruppo che percepiva un compenso minimo di duemila euro al mese. Poi gli arresti di Raffaele Diana (3 maggio 2009), ricercato dal 2004 e inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi, e di Franco Letizia (18 maggio 2009), inserito tra i cento latitanti più pericolosi e considerato il successore di Giuseppe Setola. Quest’ultimo è stato arrestato il 14 gennaio 2009 a Mignate Monte Lungo, solo due giorni prima era riuscito a fuggire, per l’ennesima volta, scappando attraverso le fogne. Il 15 aprile 2010 viene arrestato a Lusciano, dopo sette anni di latitanza, in un rifugio superblindato e zeppo di telecamere per controllare ogni movimento sospetto, Nicola Panaro, chiamato Nicolino, cugino di Francesco Schiavone. Infine, l’ennesima esecuzione di ordinanza di custodia cautelare è scattata nel febbraio 2011 nei confronti di due fiancheggiatori della cosiddetta ala stragista dei casalesi, il gruppo Setola, che tra la primavera del 2008 e l’inizio del 2009 si è resa responsabile di una serie di omicidi e di diversi attentati nella provincia casertana. Questi ultimi provvedimenti sono il seguito di un’inchiesta dell’anno precedente che, nel novembre 2010, ha portato all’arresto di altri tredici fiancheggiatori. Secondo gli investigatori, Giuseppe Setola e il proprio gruppo avrebbero approntato una vera e propria strategia del terrore nei confronti di vari testimoni di giustizia, imprenditori, commercianti e familiari di pentiti.
Sottovalutata per decenni, anche se segnali della forza del clan erano evidenti sin dai primi anni novanta, quando, dopo la sconfitta di Cutolo, si aprì una faida per il controllo del territorio, le attività del clan dei casalesi, dalla struttura e dalla mentalità più mafiosa che camorristica, sono state gestite al riparo dai riflettori e rimangono ancora innumerevoli gli interessi economici ancora in piedi. Solo in una delle più recenti e importanti operazioni di contrasto sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di settecento milioni di euro. I beni sequestrati, società immobiliari e agricole, centinaia d’immobili e terreni agricoli, appartengono agli eredi di Dante Passatelli, deceduto nel 2004 in seguito a un misterioso incidente proprio pochi giorni prima della sentenza di primo grado del processo Spartacus. Tra i beni anche l’azienda agricola Balzana ex Cirio di Caserta che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, è stata acquistata nella metà degli anni novanta dai massimi esponenti del clan, proprio grazie all'intermediazione di Passarelli, per oltre dieci miliardi delle vecchie lire. In quell'occasione, la forza e le intimidazioni del vincolo camorristico fecero in modo da dissuadere altri possibili acquirenti della tenuta agricola. Sia le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sia le risultanze documentali, hanno comprovato come il clan e i suoi maggiori esponenti reimpiegassero i proventi di attività criminose in acquisti di beni immobili e attività commerciali. Alla stessa conclusione si giunge analizzando il sequestro dei beni al solo boss del clan dei casalesi Giuseppe Setola, del valore dieci milioni di euro. I sigilli sono stati posti a venti appartamenti, un bar e una cooperativa edile, nonché a numerosi appezzamenti di terreno nel territorio di Casal di Principe.
Anche il Consorzio Sviluppo Volturno Nord (organismo sovracomunale con sede a Capua che inglobava diversi enti e istituzioni al suo interno oltre una zona dell’area Asi), il Consorzio Impreco (polo calzaturiero e dell’abbigliamento che raccoglie una cinquantina di aziende nell’area tra Gricignano e Carinaro), e le società capofila per la realizzazione della Ferrovia Alifana sono finite nel mirino di esponenti del clan dei casalesi resisi autori di estorsioni e tentate estorsioni. È quanto hanno raccontato alcuni pentiti nell’inchiesta Spartacus 3, le cui dichiarazioni sono finite negli atti investigativi della Dda. Tra i destinatari di estorsioni, cui risultano indagati Vincenzo Schiavone e Nicola Panaro, anche una grossa società di trasporti, la Catras di Aniello Caturano di Maddaloni operante nella ex-Vavid di Pignataro, e gli imprenditori Sergio e Michele Orsi (quest’ultimo ucciso nel maggio 2008) costretti a versare trecentomila euro.
E’ la dimostrazione che i blitz delle forze dell’ordine, le denunce d’imprenditori e commercianti, i pentimenti e le collaborazioni, le sentenze storiche, i giornalisti sempre in prima linea nell’informazione e nelle denunce, tra cui l’ormai noto a livello internazionale Roberto Saviano il cui romanzo Gomorra è stato tradotto in quarantatre Paesi, hanno scalfito solo in minima parte la potenza economica illegale del clan. Cemento, narcotraffico, racket, appalti, rifiuti, ma anche la capacità dei Casalesi di andare oltre: dall'economia industriale a quella finanziaria.
La camorra casertana, ha moltiplicato per dieci, cento, forse mille la sua penetrazione nel tessuto economico e sociale, e ha incrementato le sue capacità imprenditoriali in Italia, in Europa e nel Mondo, recuperando la distanza con la ‘ndrangheta calabrese, anche se quest’ultima rimane la più ricca e potente organizzazione criminale internazionale. In questo quadro:

“il tipo di organizzazione prescelto proprio dai gruppi camorristici è quanto di più simile possa esserci al modello di organizzazione dell’impresa assolutamente prevalente nei processi economici contemporanei: il network”. (Direzione Nazionale Antimafia, Relazione Annuale, Dicembre 2008, pag. 106)

Da sfatare anche il mito di una carriera criminale che favorirebbe i giovani più intraprendenti. In realtà anche per la camorra casertana, come per la mafia calabrese, vale il principio del vincolo familistico.
E’ stato il collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo a dichiarare ai magistrati che la strategia pianificata da Giuseppe Setola era imperniata su tre punti cardine. Innanzitutto: “terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti”; poi “controllare il territorio”, anche punendo “i cittadini albanesi ritenuti colpevoli di consumare i furti avvenuti nella zona di Castel Volturno e sulle zone da noi controllate”. Infine, imporre agli extracomunitari della zona “il versamento di una tangente sui traffici di droga, da costoro gestiti”. Strategia che spiega sia l'agguato messo a segno il 18 agosto 2008, nel quale rimasero feriti cinque nigeriani, sia la terrificante azione culminata nella morte di sei extracomunitari a Castelvolturno, il 19 settembre 2008. Proprio questa strage, ribattezzata di San Gennaro perché verificatasi proprio la notte in cui si festeggia il patrono, è nata dall'intento di rivendicare il controllo sul territorio di Castel Volturno. Un raid stragista avvenuto a pochi mesi di distanza dalle uccisioni del padre del capo clan pentito Bidognetti, di Domenico Noviello, che si era rifiutato di pagare il pizzo, di Michele Orsi, che con le sue dichiarazioni ai magistrati stava svelando il giro d'affari dei casalesi sul traffico di rifiuti e, soprattutto, aveva chiuso il rubinetto delle estorsioni, e di Lorenzo Riccio, ucciso il 2 ottobre 2008, che negli anni novanta aveva denunciato un tentativo di estorsione.
In mancanza di liquidità, la pressione estorsiva continua ad essere pesante. Lo dimostrano anche i diversi arresti per estorsione o tentativi di estorsione ai danni di commercianti e piccoli imprenditori. Come quello di Michele Buonpane, già conosciuto alle forze dell’ordine, che insieme ad un complice è accusato di avere sollecitato il titolare di una ditta di prodotti alimentari all'ingrosso di Casagiove di mettersi a posto con quelli di Marcianise, ovvero con il clan camorristico dei Belforte. Buonpane avrebbe anche fatto pressione sull'imprenditore facendo riferimento all'incendio del capannone-deposito dell'azienda avvenuto due anni prima. Prima di Buonpane le manette sono scattate per Nicola Mincione, considerato ai vertici del clan camorristico capeggiato da Paolo Di Lauro, e per Raffaele Gagliardi (28 gennaio 2011). Quest’ultimo, che è il figlio di Angelo Gagliardi, detto Mangianastro e reggente con Giuseppe Fragnoli del clan di Mondragone, è accusato, unitamente ad altri esponenti del clan, tra cui Salvatore Gallo, Giuseppe Perfetto, Giuseppe Vellucci, alias peppe o’ bengasino, Giovanni Bova, Tommaso Della Valle, Roberto Pagliuca, alias Roberto prusuttiello, Vincenzo Palumbo, Antonio Marotta e Giuseppe Tuccelli, di una serie di estorsioni in danno di operatori commerciali della città di Mondragone, oltre che di associazione camorristica, di alcune rapine e contraffazione di documenti d’identità per proteggere la latitanza di altri appartenenti al clan. Nel maggio scorso, l’ennesimo blitz antimafia ha portato in carcere trentatre persone, ritenute vicine al clan dei casalesi. Tra questi il latitante Antonio Cecoro, considerato il factotum di Ninno Antonio Iovine, del quale aveva preso il posto quando il boss era stato incarcerato. Pochi giorni prima erano state emesse quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti affiliati al clan dei Casalesi della fazione di Francesco Bidognetti. I quattro, tra cui il nipote di Raffaele Bidognetti, sono accusati di tentata estorsione e violenza aggravata dal metodo mafioso nei confronti di imprenditori e commercianti. I fatti si riferiscono all’agosto del 2009, quando gli indagati hanno tentato di imporre il pagamento di tangenti a un commerciante ed a un imprenditore edile di Villa Literno, zona del Casertano dominata dalla fazione di Bidognetti.
Vi sono anche tre poliziotti tra i destinatari delle tredici ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di presunti fiancheggiatori del clan del Casalesi, il 16 maggio scorso. Uno è accusato di truffa aggravata, perché durante l'orario di servizio lavorava come gestore di una discoteca di Agnano (Napoli) di proprietà di Luigi Russo, detenuto con l'accusa di associazione camorristica. Per gli altri due agenti l'accusa è invece quella di intestazione fittizia di beni, perché avrebbero procurato prestanome allo stesso Luigi Russo. Quest'ultimo è accusato di avere ospitato nelle strutture ora poste sotto sequestro (tra cui alberghi, discoteche ed altri locali pubblici, per un valore stimato in totale di una decina di milioni di euro) latitanti del clan dei Casalesi ed in particolare anche alcuni killer, tra cui Giuseppe Setola.